Due fratelli e la corsa più dura: un esempio sul traguardo
mercoledì 6 luglio 2016
Correre è un'arte, tanto che Haruki Murakami ne ha scritto un libro meraviglioso e autobiografico. Correre in montagna poi, è l'arte della fatica, della capacità di soffrire, di non fermarsi neanche quando andare avanti sembra un inutile esercizio da fachiri. «Se malgrado tutto tieni duro e continui a correre, finisci col provare una sorta di disperato sollievo, come se il tuo corpo venisse svuotato di ogni sostanza», scrive proprio lo scrittore-maratoneta giapponese più volte vicino al premio Nobel. In questo periodo dell'anno, con le sue bulimie calcistiche e i casi di doping che stanno segnando il percorso verso Rio, capita che si organizzi in Italia, ad Arco di Trento, un campionato europeo che parrebbe destinato a scomparire fra le migliaia di pagine dedicate a eventi apparentemente ben più importanti: quello di corsa in montagna.Ci pensano allora due gemelli trentenni, cuneesi, che di cognome fanno Dematteis e di nome, rispettivamente, Bernard e Martin. Che sia chiaro: i due sono atleti fortissimi. Il giorno della gara Bernard parte veloce e fa subito il vuoto. Martin prima resta con il turco Ahmet Arslan, l'avversario più temibile e sei volte campione continentale, ma nel finale lo molla e parte all'inseguimento del gemello Bernard. Mentre affronta l'ultima salita Martin pensa costantemente a Matteo, il suo bimbo di 11 mesi, scomparso poco più di un anno fa. Un lutto innaturale e terribile che l'atleta cuneese cerca di arginare, per quanto sia possibile farlo, mettendo testa, cuore, muscoli, polmoni nella sua disciplina sportiva con ancora più passione di prima. Pensa al suo Matteo e corre forte, perché lui e il gemello Bernard hanno in testa, da giorni, un sogno: arrivare insieme al traguardo. Corre forte Martin e rallenta un po' Bernard, che lo aspetta. Compaiono insieme all'inizio del viale alberato che porta al traguardo, dopo dodici chilometri di sfinimento. Bernard raccoglie un tricolore da un tifoso e prende per mano Martin. Poi rallenta ancora un po', giusto un paio di passi indietro, in modo da far tagliare, per primo, il traguardo a Martin. «Ci sono cose più importanti della vittoria nello sport – ha detto Bernard – meritava lui questo campionato europeo, io probabilmente l'ho vinto con le gambe, lui con il cuore che ha messo per superare i momenti terribili dell'anno scorso».Corre forte Martin, campione europeo di corsa in montagna. Corre forte anche il suo gemello Bernard, medaglia d'argento. Se è vero che una nazione intera si è nutrita della filosofia del gioco di squadra e dell'apologia della fatica degli azzurri di Antonio Conte, se ha sognato con la favola dei vichinghi islandesi capaci di rispedire a casa gli inventori del calcio o degli orgogliosi gallesi che stasera lotteranno per la finale, possa succedere anche che due gemelli semisconosciuti, protagonisti di una disciplina di cui non si parla mai, siano per un giorno il miglior esempio vivente di tante parole che spesso restano teoria, di tanta teoria che rischia di non uscire dalla retorica. Non c'è teoria e non c'è retorica nella corsa in montagna: servono muscoli, polmoni e un enorme, smisurato, infinito cuore.
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