Dubbio, riflessione, silenzio: un buon metodo per stare in Rete
domenica 29 settembre 2019
Sto seguendo le lezioni della scuola di formazione e cultura politica organizzata dalla rivista “Il Regno” e dalla Comunità di Camaldoli presso il monastero casentinese in una singolare condizione di quasi-digiuno digitale, giacché qui la geografia, prima ancora della spiritualità monastica, condiziona per difetto pressoché tutte le connessioni che nella nostra vita quotidiana ci condizionano per eccesso. Ci pensa il programma a ricollegarmi alla Rete e a come la comunità ecclesiale vi si rispecchia: nel corso della sessione del pomeriggio di sabato, dedicata a “La democrazia tra vecchi e nuovi linguaggi”, Vera Gheno, sociolinguista le cui vedute considero imprescindibili per chi voglia «comunicare al meglio delle proprie possibilità», suggerisce alcuni atteggiamenti che, sebbene proposti a tutti gli utenti del web, trovo che dovrebbero particolarmente interpellare il cristiano digitale. Li riassume sotto il titolo di «metodo DRS», ovvero: praticare il dubbio (la mia è l'unica ragione?), riflettere prima di scrivere (quali parole per quale contesto?), non escludere il silenzio (il mio contributo serve?).
Il primo atteggiamento è probabilmente quello al quale occorre che ci alleniamo un po' di più, a motivo della (comprensibile) preoccupazione apologetica con la quale spesso stiamo in pubblico. Del secondo dovremmo avere già molta pratica, soprattutto quelli di noi che oltre a parlare in Rete parlano dall'ambone e nelle aule di catechismo. Il terzo è forse il più difficile: tra i difetti che la blogosfera ecclesiale condivide appieno con il resto del web c'è di sicuro anche quello della ridondanza, cosicché non solo i passaggi salienti della vita della Chiesa, ma anche certi piccoli, per quanto significativi, sussulti diventano pretesto per nubi di parole. Mentre l'umiltà che esso richiede dovrebbe essere familiare a quanti si ispirano al Vangelo.
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