giovedì 8 dicembre 2016

Parigi, 1926. Sei vescovi cinesi in visita in Europa decidono di imitare san Paolo all’Areopago e di predicare la buona novella davanti ai pagani. Quale luogo migliore del Casino, del Bal Tabarin e delle Folies Bergère? Invano l’arcivescovo della capitale francese cerca di dirottarli su Nôtre-Dame o sul Sacro Cuore, veri "santuari dello spirito" a differenza dei tre prescelti, "santuari della carne", dove la gente si riunisce più per dimenticare Dio che per celebrarlo.
Ma i vescovi cinesi insistono: tanto meglio se sono luoghi pagani, ancora di più c’è bisogno che lì risuoni la parola di Dio. E portano alcuni esempi: uno di loro una volta si è rivolto a 300 ragazze di una casa di tolleranza e ne ha convertite 252, mentre un altro ha predicato con successo sulla piazza del mercato di una città cinese. Solo a questo punto il cardinale vieta la missione e spiega la differenza: in Cina chi si dà ai divertimenti mondani sono i pagani, in Francia invece i cristiani. Ed «è molto più difficile convertire i cristiani che i pagani». A quel punto i vescovi cinesi rinunciano. Avrebbero pregato per capire il mistero.
Il delizioso apologo è raccontato in A ogni uomo un soldo, uno dei più riusciti romanzi di Bruce Marshall, uscito in Gran Bretagna nel 1949 e in Italia prima pubblicato da Longanesi (1952) e poi più volte da Jaca Book (l’ultima edizione è del 2013). Scrittore scozzese paragonato ora a G.K. Chesterton ora a Graham Greene, la sua fama è legata ad altre opere importanti, da Il mondo, la carne e padre Smith a Il miracolo di padre Malachia. Al centro vi sono sempre sacerdoti tutti d’un pezzo, assai poco clericali e anzi avvezzi all’ironia e abituati a stare vicino alla gente, i poveri in particolare. Così accade nel volume di cui parliamo e che ha per protagonista Gaston, un sacerdote che dopo anni di missione in Africa presta servizio come cappellano aggiunto nella parrocchia di Saint-Clovis, in centro a Parigi. Abita in una soffitta vicina alla chiesa e non ha una mentalità chiusa come molti presbiteri del tempo. Sostiene spiritualmente una giovane modella e va a pranzo con un comunista incallito, mentre il clero francese dal pulpito non fa che scagliarsi contro i pericoli dell’ateismo o i peccati della carne. Gaston invece preferisce domandarsi «perché gli arcivescovi non condannassero i bombardamenti con la stessa rabbia con cui condannavano il controllo delle nascite». Il romanzo racconta la sua vicinanza con chi soffre, nell’arco di tempo che va dalla prima alla fine della seconda guerra mondiale.
Egli parte dalla consapevolezza che i preti devono essere «gli anelli di congiunzione della misericordia e non dell’ira», quella misericordia di Dio che egli stesso definisce «una fune lunga e forte, e non è mai tardi per aggrapparvisi». Così riesce a trovare lavoro a un’indossatrice fuggita da Vienna perché ebrea: le sue colleghe cristiane, e la sua padrona di casa cristiana, l’avevano cacciata dopo l’Anschluss. Alla fine del libro vediamo il nostro pretino, zoppo e quasi cieco, prendere la metropolitana verso il convento cui è destinato come cappellano e cercare di rileggere la parabola degli operai dell’undicesima ora, tutti pagati alla stessa maniera indipendentemente dall’opera prestata. «La ragione era questa: che tanta parte del lavoro era ricompensa a se stessa, come tanta parte del mondo era castigo a se stessa». Come a dire che il "lavoro" dell’uomo è Dio a calcolarlo con un’unità di misura che non è la nostra. E scendendo un po’ impaurito nel sottosuolo della città, stimolato dal buio e dal caos, Gaston s’interroga anche sull’eternità, che a suo dire non somigliava tanto a quella ferrovia sotterranea, quanto piuttosto «a una spugna da bagno che succhiasse insieme Napoleone e Tommaso d’Aquino (ma cosa si diranno poi quei due?)».

PS: in questa rubrica segnalerò una cinquantina di libri utili per la formazione del cristiano; dovendo fare scelte radicali mi limiterò al ’900 e oltre.

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