giovedì 16 aprile 2009
II Domenica di Pasqua -Anno B

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore (...).Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso (...)

Aria di paura in quella casa. Paura dei Giudei, certo, ma anche e soprattutto paura di se stessi, della propria viltà, di come si erano comportati nella notte del tradimento. Eppure Gesù viene, nonostante il loro cuore inaffidabile e il mio cuore lento: venne Gesù e stette in mezzo a loro.
La fede non è nata dal ricordo di Gesù. Il ricordo, per quanto vivo, non basta a rendere viva una persona, al massimo può far nascere una scuola. La Chiesa è nata da una presenza, non da una rievocazione.
Stette in mezzo a loro: Gesù si fa presenza. Dentro una comunità che per otto giorni contiene e porta anche l'incredulità di uno dei suoi membri migliori. Tommaso non crede, eppure non se ne va, rimane lì con il gruppo, che a sua volta non lo esclude: comunità, luogo della fede. Così tu quando è debole la tua fede, non sentirti escluso, resta qui, altri ti porteranno, altri saranno testimoni e memoria viva, paziente di segni e di pace, per te.
Mi conforta pensare che, se trova chiuso, Gesù non se ne va; se tardo ad aprire «otto giorni dopo» è ancora lì, rispettoso perfino delle nostre paure: venne Gesù ancora a porte chiuse... e disse a Tommaso... Gesù viene, attento ai dubbi dei suoi amici, così come il mattino di Pasqua alle lacrime di Maria. Viene, e non per essere acclamato, ma per andare in cerca proprio dell'agnello smarrito nel piccolo gregge degli undici.
Lascia gli altri dieci al sicuro e si avvicina a colui che dubita: metti qua il tuo dito, tendi la tua mano. A Tommaso basta questo gesto: colui che si mette nelle tue mani, voce che non giudica ma incoraggia, corpo offerto ai dubbi e alle paure dei suoi amici, è Gesù, non ti puoi sbagliare. E lo stesso fa anche con me, nei giorni del dubbio, quando credere è solo desiderio di credere: si propone di nuovo.
Tommaso si arrende, non si dice che abbia toccato; si arrende all'amore che ha scritto il suo racconto sul corpo di Gesù con l'alfabeto delle ferite, indelebili come l'amore di Dio. E passa dall'incredulità all'estasi: «Mio Signore e mio Dio».
Voglio custodire in me questo aggettivo come una riserva di coraggio per la mia fede: Mio Signore! Piccola parola che cambia tutto, che non evoca il Dio dei libri, il Dio degli altri, ma il Dio intrecciato con la mia vita, assenza e poi più ardente presenza.
Tommaso, come l'amata del Cantico dice: «Il mio amato è per me e io sono per Lui».
Mio perché è parte di me.
Mio come lo è il cuore e, senza, non sarei.
Mio come lo è il respiro e, senza, non vivrei.
(Letture: Atti 4,32-35; Salmo 117; 1 Giovanni 5,1-6; Giovanni 20,19-31).
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