In un tempo che non sa più tacere
La parola ĆØ cosƬ arma, la più potente, con cui uccidiamo non solo lāUmano. Ma nelle pieghe della storia tante piccole voci di veritĆ non cessano di risuonare

In principio ĆØ il logos. Oggi, invece, ĆØ āla babeleā. Viviamo un tempo che non sa più tacere: tutto parla e poco dice. Le parole scorrono inarrestabili come un fiume in piena crescente. Ma, spesso, sono aride di senso. Prive di pensiero. Troppe volte illudono, confondono, ingannano, feriscono. Finanche uccidono: nel corpo, nella mente e nello spirito. Immersi nella fluiditĆ liquida, soggiogati dalla cultura della post veritĆ e sopraffatti da una logomachia perenne e totalizzante, ĆØ come se avessimo disimparato la lingua dellāessenziale. Si avvera la "profeziaā di Dostoevskij: lāuomo che uccide la veritĆ per non inginocchiarsi davanti a niente, finisce ā poi ā per inginocchiarsi davanti al nulla.
Ć la nuova religione dellāinsignificanza. Ben oltre il nichilismo e il relativismo, di cui, peraltro, abitiamo la scia inquinante. La veritĆ non ĆØ più negata o contraddetta, ma dissolta. Accumuliamo parole che si consumano senza soluzione di continuitĆ , per poi decomporsi irrimediabilmente come neve al sole. Lāavvento dellāintelligenza artificiale, applicato alla societĆ dei media, ha moltiplicato (e sempre più moltiplicherĆ in futuro) questo fenomeno. La potenza degli algoritmi rischia di accrescere esponenzialmente (ed irrimediabilmente) la nostra insipienza. Nel World Economic Forum (WEF) Global Risks Report 2024, la disinformazione e la generazione di contenuti falsi mediante IA (AI-fueled misinformation) sono state indicate come il rischio più grande nel breve termine (prossimi due anni) da oltre il 50 % degli esperti intervistati. Produciamo quantitĆ illimitate di concetti falsi ed effimeri. Un contributo del National Telecommunications and Information Administration (NTIA) sui rischi dellāIA menziona che Ā«se i dataset utilizzati per addestrare sistemi IA sono compromessi da disinformazione o bias, i sistemi IA replicheranno e perpetueranno questi difetti in futuroĀ». Si tratta di un problema esteso: riguarda il giornalismo, la ricerca, la politica, la formazione. Ed ogni altro ambito. Ć come se stessimo alimentando un processo dove le āscorie semanticheā non solo circolano, ma vengono addirittura integrate nelle basi di conoscenza (o nei feed algoritmici) dellāIA. Mestatori artificiali, li chiamerebbe Eco. Queste scorie avranno bisogno di secoli per essere smaltite. Stiamo avvelenando il domani: non solo quello fisico, ma anche quello semantico, quello dellāimmaginazione, quello della veritĆ . Stiamo progressivamente slittando dal pensiero sapienziale al pensiero funzionale, dal pensiero autentico al pensiero apparente. Dal principio intrinseco di veritĆ alla improvvisazione dialettica, dallāautoritĆ cognitiva alla correlazione statistica. Ogni conoscenza, svuotata del suo peso, rischia di farsi leggera come una bolla. Brillante ma inconsistente. E il mondo, gonfio di parole vuote, finirĆ per galleggiare sterilmente nel nulla: un nulla epistemologico, ontologico e, infine, inevitabilmente, soteriologico. Senza principio e senza fine. Si intravede lāavvento di una nuova soglia antropologica. La potremmo chiamare societĆ vacua: una civiltĆ che si logora e si corrode nel suo stesso linguaggio, fino a dissolversi e scomparire nellāevanescenza (del significato e non solo).

La parola ĆØ cosƬ arma. La più potente. Con essa uccidiamo non solo lāUmano ma anche (e soprattutto) la veritĆ che dovrebbe guidarlo. Ā«La lingua uccide più della spadaĀ» ci ricorda il Siracide. E, poi, ancora che Ā«Dio ha dato allāUomo la parola, la legge e la ragioneĀ». Non per distrarlo, nĆ© per confonderlo ā o per confondere gli altri ā ma per costruire, per partecipare al mistero della creazione, per essere egli stesso co-creatore. PerchĆ© la parola non ĆØ ornamento: ĆØ fondamento. Ć il primo strumento con cui lāUomo plasma il mondo, come un artigiano che modella la creta. La parola non ĆØ semplice segno: ĆØ un campo di forze. Un universo di possibilitĆ interpretative, una scintilla di storia possibile. Nel bene e nel male. Gli antichi retori lo testimoniarono giĆ . Quando Gorgia parlava della parola come di un krĆ”tos, un potere capace di guarire o avvelenare. E la filosofia contemporanea lo ha confermato. Con Wittgenstein abbiamo scoperto che i confini del linguaggio coincidono con i confini del nostro mondo: dove la parola non arriva, la realtĆ resta muta. E con Heidegger sappiamo che la lingua ĆØ la ācasa dellāessereā, il luogo in cui lāUomo abita lāEssere stesso.
La parola non ĆØ mai neutra o innocente, quindi. Essa vive nella polisemia. Costruisce la realtĆ . E allo stesso tempo la interroga. Ogni parola detta ĆØ una scelta morale. Dietro ogni parola cāĆØ un atto di responsabilitĆ (ādire la veritĆ ā) e di fiducia (ācredere che lāaltro sia disponibile ad ascoltare la veritĆ ā). Nel Vangelo di Matteo ĆØ detto che Ā«Di ogni parola vana gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizioĀ». Di ogni parola! Ć la sentenza più moderna mai scritta: la responsabilitĆ del dire. Se ci fermassimo anche solo un istante a meditarla, comprenderemmo la sua tremenda attualitĆ : in unāepoca che parla senza pensare, ogni parola vana ĆØ una colpa collettiva. Ć lo stigma del tempo che stiamo vivendo. Orwell, in ā1984ā, racconta perchĆ© il linguaggio tradito (frutto della āneolinguaā e del ābipensieroā) ĆØ lo strumento supremo del potere. Le guerre ed i drammi che ci affannano nascono da esso. Dalle parole falsificate e dalle veritĆ manipolate. Le crisi socioeconomiche, ambientali, geopolitiche e democratiche ne sono il frutto. Le distopie tecno-plutocratiche ne costituiscono il naturale ulteriore innesto. Le parole vere generano vita. Le parole false producono morte.
Ć tutto irrimediabilmente perduto? Certo che no!
Nelle pieghe della storia tante piccole (ma possenti) voci di veritĆ non cessano di risuonare, tessendo dal basso una fitta trama di sapienza e di fiducia. Ć la voce degli ultimi. Ć la voce dei piccoli. Ć la voce di chi si riconosce creatura. Ć la voce dei senza voce. PerchĆ©, ĆØ vero: i superbi saranno dispersi nei pensieri del loro cuore. Ma gli umili saranno innalzati. Sono loro che guidano la Storia. Il resto ĆØ volume (superfluo). CāĆØ speranza, dunque. CāĆØ salvezza. Riscopriamoci ultimi con gli ultimi, piccoli con i piccoli, umili con gli umili, dunque. Solo cosƬ torneremo ad abitare il mondo come autori e non come spettatori passivi. La parola, infatti, ĆØ più che un segno: ĆØ presenza. Ć il luogo in cui il mistero si fa accessibile e lāinvisibile prende forma. Non ĆØ solo linguaggio, ma teofania: lāatto con cui il divino si manifesta nel tempo, senza cessare dāessere eterno. Non unāastrazione, ma una rivelazione incarnata. Evento. Incontro. Segno ed epifania. Relazione e rivelazione.
In essa lāUomo riconosce la propria radice e la propria misura. La parola, sospesa tra ambiguitĆ e incarnazione, si rivela allora come āatto sacroā: il suo tempio ĆØ il silenzio, il suo grembo ĆØ lāascolto. La sua sorgente ĆØ la veritĆ . Ogni parola vera riavvicina lāUomo a ciò che lo supera; ogni parola vana lo separa da esso e dal mondo. Siamo, dunque, chiamati (urgentemente) a riconciliare parola e veritĆ . La parola può e deve essere sempre nitida, esemplare, penetrante, senza macchia, tersa, inoffensiva, amante del bene, acuta, libera, benefica, amica, stabile, sicura, precisa, fulgida, appropriata, vera, performativa. Luogo di redenzione. Luogo di riconciliazione. Del falso con il vero. Della nozione con il sapere. Della scienza con la sapienza. Del finito con lāinfinito. Dellāimmanenza con la trascendenza. PerchĆ©, senza riconciliazione non esiste vera UmanitĆ . Senza vera UmanitĆ non cāĆØ vita. Senza vita non cāĆØ futuro.
Ed ĆØ forse questo, in definitiva, il compito di ogni bravo Armonauta ā e con esso, dellāUomo contemporaneo, smarrito nella moltiplicazione delle voci e nella rarefazione del senso: tornare a dire parole vere, che sono e che fanno essere. AffinchĆ© ā prendendo a prestito lāesclamazione della vedova di Zarepta ā di ogni persona si possa dire: Ā«Ora so che la parola vera ĆØ sulla tua boccaĀ».
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