Costruendo giustizia sociale, tra Cielo e Terra

Sperare, ricorda Papa Leone XIV, è “partecipare” al bene comune riconoscendo che il vero non nasce da noi ma ci precede: il Decalogo ne è la “grammatica dell’alleanza”, perché «senza Storia la verità non cammina, senza verità la Storia non vede».
December 9, 2025
Costruendo giustizia sociale, tra Cielo e Terra
Nell’udienza giubilare dello scorso sabato, Papa Leone XIV ha ricordato che sperare è partecipare. Partecipare alla costruzione del bene comune e della giustizia sociale. Ma cosa sono realmente il bene comune e la giustizia sociale? Guardando alla Storia potremmo dire che nel corso dei millenni si sono consolidati due differenti approcci (non necessariamente contrapposti): quello “immanente” e quello “trascendente”. Nel lessico della filosofia contemporanea, “immanenza” e “trascendenza” designano, infatti, due archetipi antropologici fondamentali, due paradigmi della soggettività e del suo rapporto con il vero, il bene e la Storia stessa. Nel modello immanentistico il soggetto umano è principio di normatività: la verità coincide con esiti storici, procedure deliberative, razionalità tecnico-funzionali; in quello trascendente, al contrario, il soggetto è principio ricevente, costitutivamente ecceduto da una misura che lo precede, lo orienta, lo completa, lo attende e lo giudica.
In questo senso, la modernità filosofica può essere letta come un grande laboratorio di immanentizzazione del bene. Dalla svolta kantiana, che colloca la legge morale nell’autonomia della ragione pratica, alle etiche utilitariste, alle teorie del consenso, fino alla razionalità algoritmica odierna. Il criterio del giusto si sposta progressivamente dal Cielo alla Storia, dalla verità all’efficienza, dall’eteronomia all’autodeterminazione, dal dogma al relativismo. In opposizione, la tradizione platonico-agostiniana e quella personalista continuano a pensare il bene come “forma” preesistente. Come orizzonte trascendentale che dà senso e misura alla libertà e al diritto. Rendendoli realtà intelligibili e fondate. Non arbìtri del momento.
L’approccio immanente assume che l’ordine del bene sia integralmente “storico”. Esso si costituisce attraverso processi politici, economici, giuridici, statistici. Oggi anche algoritmici. L’Illuminismo affida alla ragione il compito di auto-redimersi; il positivismo identifica il bene con il progresso tecnico; il marxismo storicizza la giustizia nei rapporti materiali; il liberalismo individualista la riduce alla somma delle preferenze; il tecno-razionalismo contemporaneo traduce ogni limite in un problema di ottimizzazione. In questo quadro, la verità morale non è rivelata ma negoziata; il male è ridefinito come difetto di sistema, errore di progettazione, fallimento di policy. L’Uomo finisce così per farsi misura di sé stesso. Il suo desiderio diviene criterio ultimo. I dispositivi istituzionali – mercato, diritto, tecnica – assumono il ruolo di mediatori assoluti del valore.
La Storia, però, ha da sempre messo in luce l’insufficienza di un paradigma puramente immanente del bene. Processi nati nel nome della libertà, dell’uguaglianza o della prosperità – dalle rivoluzioni moderne ai totalitarismi novecenteschi, fino alle odierne forme di capitalismo neoliberale e tecnocrazia digitale – presentano una ricorrenza strutturale: quando la Storia si pensa (e si pretende) autosufficiente, l’utile tende a trasformarsi in dominio, la libertà in potere di alcuni su molti. In assenza di una misura trascendente, il relativismo etico si combina con l’individualismo e con logiche di efficienza fino a dissolvere ogni nucleo di indisponibilità. Ciò che è tecnicamente possibile diventa culturalmente desiderabile e giuridicamente esigibile. Dostoevskij coglie questa deriva nella celebre intuizione (che abbiamo più volte già ricordato) secondo cui, tolta l’ipotesi di Dio “tutto è permesso”. Non come slogan apologetico, quanto come diagnosi del nesso tra dissoluzione del trascendente e perdita di senso. Ovvero tra libertà senza verità e nichilismo pratico.
Il paradigma trascendente, al contrario, non nega la storia, ma rifiuta di identificarvi l’ultima istanza del vero. In Platone, l’Idea del Bene è al di là dell’Essere; in Agostino, la verità è luce che precede la mente e la giudica; in molte tradizioni monoteiste, la giustizia è voce di Dio e non semplice prodotto del potere o del consenso. In questa configurazione antropologica, l’Uomo non inventa la giustizia ma la riconosce; non crea il bene, ma lo accoglie; si salva da solo, ma lasciandosi misurare da un principio altro, che può essere nominato come legge naturale, come trascendentale del volto dell’altro (Lévinas), come dignità indisponibile della persona. Come verità interiore. Come Dio. L’atto etico fondamentale non è la produzione di norme, ma la “conversione dello sguardo”. Il trascendere sé stessi verso ciò che non è riducibile a preferenza né a calcolo.
La trascendenza, tuttavia, è esposta a un rischio speculare: restare pura istanza giudicante, disincarnata, incapace di generare Storia. Quando la religione si fa ideologia, quando la morale ignora la carne dell’Uomo, il riferimento al trascendente degenera in legalismo sterile. La trascendenza ha bisogno della Storia come il principio di forma ha bisogno della materia. Senza Storia la verità non cammina, senza verità la Storia non vede. Ciò significa che la legge naturale o rivelata non è un sistema astratto. Essa è un criterio dinamico di interpretazione (e di realizzazione) dell’Umano concreto e buono. E qui veniamo al punto. Se si assume che l’immanenza esaurisca il reale, allora la Storia basta a sé stessa: non vi è bisogno di verità, di precetti, di rivelazione e di limiti che non siano autoimposti. Ma se anche solo si ammette la possibilità che esista una verità non prodotta dall’Uomo, allora diventa inevitabile riconoscere che l’Uomo non è misura di sé, che la Storia non è criterio ultimo di verità, che la libertà non è l’ultima parola, che il bene non coincide con il desiderio.
Il passaggio decisivo è allora dal “vero inventato” al “vero ricevuto”. Dalla verità come costruzione alla verità come antecedenza (ed eccedenza). Questo non elimina la dimensione interpretativa, ma ne relativizza la sovranità: interpretare è rispondere a qualcosa che precede, non produrre dal nulla il criterio del giusto. ella tradizione cristiana questa prospettiva culmina nell’Alleanza tra Dio e l’Umanità, fissata nei Dieci Comandamenti. Chiediamoci, anzi poniamoci, allora, una domanda fondamentale ed essenziale: cosa sono esattamente i Dieci Comandamenti? Qual è la verità che essi dicono della persona umana? Quale Uomo essi ci mostrano? La verità che i Dieci Comandamenti ci svelano è semplicemente stravolgente: l’Uomo è un essere limitato, non assoluto; è un essere relazionale, non isolato; è un essere la cui vita è dagli altri e non da sé stesso; è un essere finito e non infinito. La finitudine, la limitatezza, la relazione, l’essere dagli altri ed anche per gli altri sono note costitutive della persona umana.
Se rimane nella sua costituzione secondo la quale è stato fatto, l’Uomo è. Se esce fuori di essa, l’Uomo non è più. Non si realizza. Non si fa. Si avvia verso un processo di morte non solo di sé stesso, ma anche di coloro che vengono infettati dalla sua volontà di non farsi secondo il suo essere limitato, finito ed in relazione. Oggi viviamo in una società dove per educazione, formazione, si afferma che tutto è lecito vedere, toccare, udire, gustare, odorare. Tutto deve essere concesso. Tutto deve essere proclamato libero. Quali saranno i risultati? L’impossibilità di governare la propria mente, i propri desideri, il proprio cuore, la propria vita. Iniziare dalla custodia dei sensi è, dunque, di obbligo, se vogliamo iniziare a dare una svolta alla cronaca di male che sta uccidendo le giovani generazioni (e non solo queste).
A questo proposito c’è un punto spesso rimosso dal discorso pubblico contemporaneo: la questione della giustizia sociale non è soltanto redistribuzione di beni materiali, ma governo dell’anima, dell’immaginario, del desiderio, dello spirito. Governati lo spirito e l’anima, anche il corpo sarà facile governare. La questione della giustizia sociale e della costruzione di bene comune, si vince sul piano spirituale, non su quello materiale. Si vince aiutando l’Uomo a cambiare il suo spirito, il suo cuore, la sua mente, i suoi desideri, i suoi pensieri, la sua volontà. Ciò che è dentro l’Uomo, non ciò che è attorno a lui, fuori di lui. È questo un cammino che solo con la pienezza della verità è possibile compiere. Ma l’Uomo moderno sembra aver definitivamente rinunciato a cercare (e volere) una verità che venga dal di fuori di lui. L’Uomo preferisce una verità che si costruisce da sé, modellata sulle sue esigenze e sui propri desideri. Ma questa continua autocreazione lo lascia, paradossalmente, senza soluzioni. È tutto qui, forse, il dramma dell’Uomo moderno: passare dalla verità immanente alla verità trascendente. Questo significa in una parola semplice riconoscere che la salvezza dell’Umano viene dal di fuori dell’Umano. Non dal di dentro. La salvezza è un dono che è fuori dello stesso Umano. Ma che l’Umano è chiamato ad accogliere e fare suo. Il paradigma immanentistico tende a identificare la giustizia con l’uguaglianza di opportunità e la regolazione delle risorse. Il paradigma trascendente insiste sul fatto che senza una conversione interiore, senza una trasformazione dei desideri, nessuna struttura sociale può reggere nel lungo periodo. Il Decalogo rivela che il luogo della decisione etica è anzitutto interiore, e che l’ordine giuridico e politico è – in ultima analisi – un’esteriorizzazione dell’ordine o del disordine del cuore umano.
In fondo questo è il vero significato dei Dieci Comandamenti. Dio invita l’Uomo a fare un’alleanza con Lui. Questa alleanza è semplice da comprendersi. Dio dona la salvezza all’Umano. L’Umano accoglie di essere salvato dal suo Dio. La salvezza di Dio è nei Dieci Comandamenti. L’Umano osserva i Comandamenti e la salvezza sarà sempre sua. Quando l’Umano uscirà dai Comandamenti, uscirà anche dalla salvezza. Sarà nella distruzione del suo essere sociale, personale, familiare, civile, politico, economico. Tutto sarà perso dall’Umano nel momento stesso in cui uscirà dai Comandamenti. Perché uscirà dalla salvezza che il Signore gli ha consegnato. Ancora una volta l’Umano è invitato a non cercare in sé ciò che è fuori di sé. Portando sé stesso in ciò che è fuori di sé, portando dentro sé stesso ciò che è fuori di sé stesso, l’Umano entrerà nella salvezza, perché entrerà nel dono della vita che Dio gli ha fatto. Fin dal primo istante è stato così. Fino all’ultimo istante sarà così.
Ecco perché i Comandamenti sono la via della giustizia fondamentale da osservare e vivere. Da questa giustizia fondamentale nasce la vita sulla terra: vita umana, vita sociale, vita politica, vita animale, vita della stessa materia. Questa prospettiva si fonda sulla distinzione fondamentale, primaria, tra sacralità e profanità. È sacro tutto ciò che appartiene a Dio e lo si deve conservare nella sua più alta santità. È profano invece ciò che appartiene all’Uomo e può essere usato secondo principi discrezionali dello stesso Uomo.
Se interpretati in questa prospettiva, i Dieci Comandamenti non sono innanzitutto un codice morale, ma un dispositivo ontologico. Non dicono primariamente che cosa fare, ma chi è l’Uomo. Il Decalogo offre una fenomenologia elementare dell’Umano come essere finito, relazionale, ricevuto. La vita non è disponibile. L’altro non è appropriabile. Il tempo non è interamente colonizzabile. Il nome e il legame non sono riducibili a funzione. Il Decalogo è la grammatica dell’alleanza. Dio consegna all’Umano una forma di vita che coincide con la salvezza. L’Umano è chiamato a inscrivere nella Storia la logica di queste “dieci parole” come risposta alla propria vocazione alla vita. Uscire dai Comandamenti significa allora non solo infrangere una norma, ma disgregare il proprio essere personale, sociale, politico: è la rottura dell’alleanza che si traduce in crisi antropologica e sistemica.
In prospettiva laica, si può rileggere il Decalogo come una carta antropologica minima della convivenza. Una soglia al di sotto della quale la società si deforma in violenza strutturale. La sacralità della vita, l’indisponibilità del corpo altrui, il rispetto dei legami fondamentali, la custodia del desiderio e del linguaggio, la non riducibilità dell’altro a oggetto, delineano una serie di “indisponibili” senza i quali non è possibile parlare di ordine giusto, ma solo di rapporti di forza.
L’Armonauta, allora, nella sua proposta, incarna una soggettività capace di abitare la tensione tra Storia e verità, tra “immanenza” e “trascendenza. È una figura ermeneutica: discerne il bene possibile, riconosce la colpa e la promessa che attraversano le forme storiche, indica la misura che giudica il potere, ricorda che la dignità non si negozia ma si custodisce, cercando una verità che lo superi e non una verità che lo confermi. Per sottrarre il politico e il tecnico alla pura logica dell’efficienza, reintroducendo nel dibattito pubblico il tema del limite e dell’indisponibile. Questo “fuori di noi” non è necessariamente un “contro di noi”. È il luogo simbolico in cui la libertà riconosce il proprio confine insuperabile come condizione di possibilità.
In questa prospettiva, la trascendenza non è un ostacolo all’autonomia, ma il suo correttivo. La sottrae al rischio di divenire autoannientamento. Impedisce alla Storia di ergersi a criterio ultimo, sottratto a ogni giudizio.  Mostrare il sentiero che conduce dal frammento alla totalità, significa allora tenere aperto lo spazio in cui l’Umanità può ancora riconoscersi viva. È questo il compito di ogni buon Armonauta.

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