Cercando la Città Ideale

Alla luce di Agostino e di Papa Leone XIV, la Storia nasce dalla frattura tra Città di Dio e Città dell’Uomo (oggi fino alla “città artificiale”) e si ricompone solo quando l’amor Dei converte l’amor sui nelle scelte personali e politiche.
January 20, 2026
Cercando la Città Ideale
Dio e l’Uomo. Cielo e Terra. Trascendenza e Immanenza. Da sempre si cercano. Spesso non si trovano. Le conseguenze sono fatali. Le tragiche ferite della Storia lo testimoniano irrimediabilmente. Si rinnova ogni giorno il perenne racconto della lotta tra bene e male, tra tenebre e luce. Tutto iniziò con una mela. Tutto iniziò con un ascolto ingannevole. Tutto iniziò con un atto di disobbedienza e di superbia. Da allora la Città di Dio e la Città dell’Uomo hanno smesso di coincidere. Da allora la Città dell’Uomo è faticosamente in cammino verso la Città di Dio. Da allora Dio non smette di inseguire e sostenere l’Uomo. Da allora l’Uomo non smette di nascondersi agli occhi di Dio. Tutta la Storia è segnata da questo mistero. Che è mistero di continua ricomposizione della scissione originaria.
Questa chiave interpretativa ci consente di comprendere, in profondità e non superficialmente, ogni dramma della Storia. Qualche giorno addietro, Papa Leone XIV ne ha parlato in un bellissimo discorso al Corpo Diplomatico presso la Santa Sede che merita di essere riletto integralmente. Vale la pena richiamarne un breve stralcio: «Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la Città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei), a cui è unito l’amore per il prossimo, specialmente per i poveri; e la città terrena, che è un luogo di dimora temporaneo in cui gli esseri umani vivono fino alla morte. Ai nostri giorni, essa comprende tutte le istituzioni sociali e politiche, dalla famiglia allo Stato nazionale e alle organizzazioni internazionali. La città terrena è incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondana che portano alla distruzione».
Accanto alle raffinate e puntuali considerazioni politiche e geo-politiche, Papa Leone XIV introduce una prospettiva ancora più alta e ambiziosa, ricordando tre cose. La prima. «Ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della Storia. Il Cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile». La Città di Dio si costruisce nella Storia. Non è frutto di un accordo o di un compromesso tra due differenti prospettive. Essa si vede nella fede. Si accoglie nella fede. Si vive nella fede. Si edifica abitando nella verità e nella luce. E lasciandosi progressivamente abitare da esse. Non si tratta, dunque (e solo), di realizzare modelli di perfezione estetica, urbana e sociale. Né di inseguire modelli ideali o utopistici. Cristo è il modello da realizzare.
Cristo è la Città di Dio. La morale cristiana nella sua essenza più vera è “riprodurre” la vita di Cristo Gesù nella nostra vita. Solo in apparenza la morale cristiana potrebbe essere vista come una serie di norme da osservare. Invece ogni norma altro non è se non la descrizione della vita di Cristo Gesù. Che il Cristiano è chiamato a vivere. Più il proprio cuore si converte al bene, più potrà convertirsi al bene il cuore della realtà. Più si vive nella verità più si costruisce la Città di Dio nella Città dell’Uomo. Questa è la missione del Cristiano. È, in verità, la missione di ogni Uomo. Ogni altra via è illusoria. Per farlo occorrono un pensiero e un cuore convertiti alla verità. Quando si agisce nella realtà senza aver prima agito nel proprio cuore, la Storia che ne deriva non è mai la Storia del bene più grande. È la Storia dell’Uomo. Non è la Storia di Dio. È la Città dell’Uomo. Non è la Città di Dio. Affinché ogni azione e ogni opera siano secondo giustizia è necessario un lavoro incessante di ascesi personale: un lavoro sommerso di riflessione, meditazione, contemplazione, analisi, confronto, volontà di ricercare il vero bene, quali che siano le modalità e le forme attraverso cui esso viene rivelato. Servono ore di quiete e di frequentazione di Dio. In quella luce divina capace di separare bene e male, tempo ed eternità, utile e non utile, necessario e provvisorio, importante e non importante, obbligatorio e facoltativo, ciò che è di nostra competenza da ciò che non lo è.
La seconda. «Agostino rileva che i Cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria». La Nuova Gerusalemme «discende dal Cielo». Il Cristianesimo è movimento discendente: da Dio all'Uomo. È rivelazione, è dono, è comunicazione della verità. La sola che, se accolta e vissuta, ci restituisce il nostro vero statuto. È Dio che, con istruzioni dettagliatissime, indica a Mosè dove e come costruire la Tenda del Convengo, affinché possa dimorare in mezzo al suo popolo in cammino. È Dio che parla all’Uomo e alla Storia nello Spirito Santo. Comunicando oggi e sempre, nella contingenza del tempo, la sua volontà attuale. Tracciando cammini validi solo per l'oggi. Perché domani il suo amore, ricco di fedeltà, si riverserà su di noi in forma nuova. E ancora una volta – ogni volta – traccerà la via su cui avanzare verso il raggiungimento della vera, autentica, conoscenza di noi stessi. Nell'attuazione (e per l’attuazione) della divina verità nella nostra vita e nella Storia. Al Cristiano e a ogni Uomo, è chiesto di avere cuore e mente aperti, predisposti all’ascolto. Senza ascolto non c’è vero Cristianesimo. Se l’Uomo si pensa da se stesso, muore. Nella progettualità di Dio è tutta la progettualità dell’Uomo; nella progettualità dell’Uomo non vi è quella di Dio. Tutto si accoglie da Dio – e da Dio soltanto – affinché tutto possa essere donato. A Dio e all’Uomo. Ciò che non può essere donato non può dirsi cristiano. Ma il dono, per essere vero, non può essere un moto spontaneo, frutto del nostro desiderio o delle nostre emozioni estemporanee: è offerta della nostra volontà sotto richiesta, per comando esplicito o implicito, ma sempre proveniente dalla verità eterna. Solo così si costruisce la Città di Dio. Solo così la Città dell’Uomo cammina verso la Città di Dio.
La terza. «La Città di Dio non propone un programma politico ma offre preziose riflessioni su questioni fondamentali della vita sociale e politica». Cristo non è venuto sulla terra per risolvere i suoi problemi. Lui subì tutte le nostre negatività: odio, vendetta, cecità spirituale e morale, invidia, ogni forma di ingiustizia, violenza e malvagità, crudeltà e cinismo, derisione e inganno. Fu tradito, venduto, schiaffeggiato, percosso, umiliato, oltraggiato, calunniato, beffeggiato, crocifisso, abbeverato di fiele e aceto, posto come maledetto sul palo della croce. La stessa sorte consegnò alla sua Chiesa, ai suoi discepoli, a ogni Uomo. La persecuzione, il martirio, il rinnegamento da parte dell'umanità, il tradimento, l'invidia, la gelosia, e ogni altro genere di negatività. Non vi è altra via. Uno solo è il fine ultimo: riportare l'Uomo nel cuore del Padre. Ricondurre la Città dell’Uomo nella Città di Dio. In questo fine ultimo è la vera libertà. Che diventa, anche, capacità di rinnegamento e di martirio. Per produrre frutto, il seme deve morire. Solo morendo alle tenebre potremo ritrovare la luce.
In sintesi, Papa Leone XIV ci ha ricordato che la Città di Dio e la Città dell’Uomo non sono – e non devono essere – in contrapposizione l’una all’altra. Non è “aldilà contro aldiquà”. Né, peggio ancora, “Chiesa contro Stato”, “visione spirituale contro visione secolare”. Le due dimensioni coesistono e coesisteranno fino alla fine dei tempi. La vera frontiera è nella coscienza, in ogni coscienza. Nel modo in cui ciascuno si dispone davanti agli eventi e alla Storia, lasciandosi guidare – e giudicare – da un criterio trascendente di giustizia e di pace. La Storia non è mai neutra: è sempre il teatro in cui amor Dei e amor sui si incarnano in strutture, ordini, conflitti, alleanze, linguaggi. Le nostre città, i nostri Stati e le nostre istituzioni sono chiamate a ripudiare la logica dell’interesse per accogliere quella dell’amore. Questa prospettiva sovverte e annulla la retorica degli interessi particolari – personali, comunitari, nazionali – invocati per giustificare, o addirittura per ammantare di falso bene, dialettiche, antinomie, contese e guerre. Se davvero gli Stati agissero con l’intenzione di costruire un mondo migliore, le guerre e le ingiustizie cesserebbero. Vi sarebbe solo la ricerca condivisa del bene più grande. Anche a costo di perdere qualcosa di proprio. Finché questo non accade, la città terrena continua a strumentalizzare in maniera retorica il linguaggio della Città di Dio – pace, diritti, dignità – senza assumerne la logica. Che è sempre logica di dono e di rinuncia. In questo scenario, le complesse dinamiche geopolitiche dei nostri giorni possono – e devono – essere lette alla luce della dialettica agostiniana. La lotta per il primato nella nascente Rotta Baltica, la strategia sulla Groenlandia, i tentativi di ridisegnare gli equilibri geopolitici globali, l’emergere di un’“alleanza dei Sud del mondo” che cerca di sottrarsi alla dicotomia Nord globale / periferie sfruttate: tutto questo non è un semplice gioco di interessi materiali. È la città terrena che, in nuove vesti, cerca di assicurarsi la «pace gloriosa» di cui parla Agostino. Non la pace come ordine giusto, ma come esito di una vittoria. Come soggiogamento di chi resiste. In nome di un interesse particolare che viene dichiarato, artificiosamente, bene più grande. È l’inganno della Storia. È sempre accaduto. Sempre accadrà. Se la Città dell’Uomo non si lascerà conquistare dalla Città di Dio.
Abbiamo bisogno di riconciliare, autenticamente e non retoricamente, la Città dell’Uomo con la Città di Dio. Ma oggi si pone un problema ulteriore. Siamo infatti oltre la Città dell’Uomo. Siamo nella Città Artificiale. La città in cui potere tecnologico, potere finanziario e potere politico si sono saldati nella prospettiva di una visione distopica di futuro. L’Uomo non si limita più a cercare il proprio vantaggio all’interno di un ordine dato; tende a progettare direttamente l’ordine. Ambienti controllati, comunità intenzionali, “società” costituite per contratto e non per storia. Gli esperimenti non mancano. Si pensi al progetto “Praxis Nation”, promosso da alcuni dei principali leader della finanza tecnologica globale. Nulla a che vedere con il “romanticismo disincantato” delle città-comunità degli anni Settanta, sebbene l’humus culturale d’origine sia comune. Non si tratta di una semplice e seducente utopia tecno-immobiliare. Piuttosto è l’ennesimo indizio di una volontà di potenza che si ripropone di rifondare la convivenza non a partire da un popolo reale, ma da un disegno astratto, spesso elitario, dove il cittadino è sostituibile, mentre il framework tecnico-finanziario resta intoccabile. Cellula embrionale di una umanità ripensata. Una umanità non solo senza Dio, ma anche senza l’Umano. Ancora più radicale è la prospettiva di chi annuncia la “morte degli Stati” in favore di piccole comunità sovrane dirette da CEO super-plutocrati, dotati di accesso illimitato a tecnologia, finanza e lobbying globale: micro-polities verticali, in cui il demos è rimpiazzato dalla user base, la sovranità dalla proprietà, il bene comune dalla performance. Se viene meno la speranza nella Città di Dio, l’Uomo non potrà che costruire un futuro disperato e disperante.
Che cosa può dire, allora, l’Armonauta in questo paesaggio? Intanto può ricordare che non esiste dualismo tra la Città di Dio e la Città dell’Uomo. Che la Città di Dio non è un progetto teocratico, ma la comunità dei cuori che, anche dentro le istituzioni terrene, scelgono di riferire il potere alla verità, il diritto alla giustizia, l’economia al servizio della vita. È la città di chi vive per donare, non per prevalere. E che la città dell’Uomo, quando si chiude a questa misura, è destinata a consumarsi nella competizione, a chiamare “pace” l’ordine imposto, a chiamare “sviluppo” la crescita di pochi, “diritto” la pretesa di fare di sé e dell’altro ciò che si vuole. Questa visione è oltre ogni visione umana. Ogni oltre utopia e idealismo umano.
Perché l’Armonauta sa che, fino alla fine, le due città coesisteranno, come insegna Agostino. Sa anche che ogni scelta concreta – personale, politica, tecnologica – sposta impercettibilmente la linea di confine: o verso la città che vive di amor Dei, o verso quella che vive di amor sui. Sa che bisogna custodire, dentro la Città dell’Uomo e dentro quella Artificiale, la nostalgia della Città di Dio. Sa che solo riconoscendoci creature potremo essere creati all’eternità.

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