Al Crocevia della Storia

Il nuovo anno si apre con una nuova guerra. E altre, purtroppo, ne verranno. La posta in gioco è il controllo delle terre rare, il dominio tecnologico, finanziario e geopolitico. Ma allora è tutto già scritto? È tutto irrimediabilmente perduto? Nel giorno in cui si celebra la Festa dell’Epifania possiamo e dobbiamo ricordare a noi stessi che c’è speranza.
January 6, 2026
Al Crocevia della Storia
Il nuovo anno si apre con una nuova guerra. E altre, purtroppo, ne verranno. Oggi è il Venezuela. Domani chissà. Groenlandia, Taiwan, Repubblica Democratica del Congo. La lista non è un mistero. Potremmo aggiungere Marte e la Luna. È la “guerra mondiale a pezzi” di cui ha parlato – per primo – Papa Francesco. Non c’entra la droga. Non c’entra la “dottrina Monroe”. O centrano solo in parte. Così come c’entra solo in parte il petrolio. La posta in gioco è un’altra. La posta in gioco è il controllo delle terre rare. È il dominio tecnologico, finanziario e geopolitico. È il controllo del futuro. È il delirio di onnipotenza prometeica che vede alcuni – pochi – uomini impegnati nella costruzione di un avvenire trans-umano.
Questi pochi uomini non agiscono a caso. In essi si salda potere tecnologico, potere finanziario e potere politico. Come mai prima nella Storia. Sono orientati da un’Agenda ben precisa. È l’Agenda dell’Illuminismo Oscuro. È l’Agenda del Manifesto Tecno-Ottimista. È l’Agenda dell’ideologia TESCREAL. Un’Agenda tecno-culturale, tecno-sociale e tecno-politica che, con crescente vigore, tenta di imporsi come egemone a livello globale, con l’obiettivo dichiarato di cambiare radicalmente il corso della Storia dell’Umanità. Le tensioni e le dinamiche geopolitiche più recenti – nonché quelle imminenti – ne sono profondamente condizionate. Si tratta di un’Agenda radicale, che non teme di spingersi fino ai limiti dell’inimmaginabile. Un’Agenda che teorizza la fine dello Stato di diritto e della democrazia. Che promuove l’avvento di governance tecno-feudali guidate da una ristretta super-plutocrazia, dotata di accesso illimitato a tecnologie esclusive e di potere incontrollato. Un sistema nel quale – cito testualmente – «gli umani dovranno adattarsi a strutture di dominio e sottomissione, superando la loro consolidata avversione ai dittatori». È un’Agenda che prefigura un orizzonte potenzialmente nichilista, in cui utopismo tecnologico e misantropia profonda – umana, sociale, istituzionale, democratica – si fondono. Una deriva che incarna, in forme nuove, ciò che lo storico Jeffrey Herf ha definito “modernismo reazionario”.
Questa Agenda ha delle conseguenze. La guerra è una di essa. Forse – ed è terribile dirlo – non la peggiore. Viviamo, infatti, un’epoca di profonde contraddizioni. L’Umanità ha raggiunto traguardi straordinari di conoscenza e tecnologia, di benessere e civiltà (apparenti). Allo stesso tempo, però, mai come oggi la terra sembra attraversata da nuove forme di miseria, diseguaglianza e brutalità. È un tempo strano il nostro. Più si espande l’orizzonte della ragione, più si infittisce la sua penombra. All’alba del futuro e al tramonto del passato. È un’epoca di chiaroscuri: di luci accecanti e di ombre sottili. Il progresso convive col vuoto. La ricchezza con la fame. La velocità con l’effimero. La potenza con la violenza. Lo Spazio è la nuova frontiera, mentre la Terra sanguina. Mai come oggi, forse, l’Umanità ha conosciuto uno squilibrio così vertiginoso tra potenza e giustizia, tra progresso e compassione, tra abbondanza e miseria, tra scienza e sapienza. Poche persone – che qualcuno definisce i “padroni del mondo” – detengono un patrimonio di circa 28 trilioni di dollari. Più delle riserve auree globali. Sono loro a dare le carte del futuro. Mentre miliardi di persone vivono con meno di due dollari al giorno. Mentre centinaia di milioni non hanno accesso all’acqua potabile. Mentre nuove forme di schiavitù – economiche, mediatiche, tecnologiche – si insinuano nelle coscienze. È in questo scenario buio che si apre il nuovo anno.
È tutto già scritto? È tutto irrimediabilmente perduto? Nel giorno in cui si celebra la Festa dell’Epifania possiamo e dobbiamo ricordare a noi stessi che c’è speranza. Una speranza che è certezza di bene. «Nel buio venne la luce». La festa dell’Epifania è questo: la Luce che si svela e si rivela. Dio che si manifesta al Mondo e alla Storia. Il Mondo e la Storia che, ancora una volta, sono chiamati a riconoscerlo. È rivelazione del senso. È il momento in cui l’invisibile si rende universalmente visibile. Il Verbo eterno, fattosi Uomo nel Natale, oggi si manifesta all’Umanità intera. Tocca a noi, però, riconoscerlo. Tocca a noi sceglierlo. Non c’è altra soluzione ai mali della Storia. Siamo chiamati a prenderne atto.
Con i Magi – uomini di studio, di ricerca, di intuizione filosofica e astronomica – la conoscenza dell’Uomo si inginocchia davanti alla Sapienza di Dio. Si compie l’incontro tra il mistero che si dona e la ragione che cerca; tra la filosofia che interroga e la teologia che svela; tra il disordine umano e l’ordine divino. È il Crocevia della Storia. Da quel momento niente sarà più come prima. Nulla sarà più senza soluzione. A patto che l’Umanità lo voglia. La verità si fa Storia affinché la Storia possa farsi verità. Nella verità.
Eppure, «la luce venne nelle tenebre, ma essi non la riconobbero». Basterebbe uno sguardo onesto, umile, non prevenuto. Che Gesù di Nazareth sia esistito è certezza storica. Ciò che Egli rappresenta ha oltrepassato ogni evento e ogni epoca, mutando la struttura stessa della Storia. «Non possiamo non dirci cristiani» ammoniva Benedetto Croce, riconoscendo che senza Cristo il genere umano non saprebbe riconoscersi. Siamo ontologicamente cristiani. Anche chi non crede – o chi appartiene ad altre tradizioni religiose – deve prenderne atto. Ogni fibra della nostra civiltà – l’arte, la musica, la filosofia, la scienza, il diritto – è pervasa, direttamente o indirettamente, radicalmente o parzialmente, dalla figura (dal mistero) di Cristo o da ciò che ne discende.
La Chiesa non è stata solo madre della fede, ma anche levatrice della civiltà moderna. Nel suo seno la sapienza greco-romana è sopravvissuta e si è trasfigurata. Nelle sue abbazie sono nate le università; nei suoi chiostri sono fiorite la pittura e la polifonia; nei suoi teologi si è innestato il pensiero razionale europeo. La stessa idea moderna di dignità della persona, di libertà cosciente, di solidarietà concreta, è filiazione cristiana. I frutti di bene che si irradiano da Cristo sono senza misura. Per tutti. Anche per chi non crede. Ostinarsi a ignorare questa verità è miope. Talvolta, disonesto.  Cristo, sia che lo si accolga come Dio sia che lo si contempli come evento irriducibile della Storia, è il “centro gravitazionale del senso”: tutto ciò che la nostra civiltà ama nel bene – la carità, la scienza come ricerca della verità, la libertà come responsabilità, l’arte come tensione all’infinito – nasce accanto a quella mangiatoia. E in quella mangiatoria ritrova, o potrebbe ritrovare, la sua armonia perduta.
Ma c’è di più. Cristo è molto di più. Proviamo ad andare oltre. «Uno è il Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Uno è Cristo Gesù. Uno è lo Spirito Santo. Una è la Parola. Uno è il mistero dell’uomo. Uno è il mistero della redenzione e della salvezza». In queste parole del teologo Costantino Di Bruno abita la sintesi di tutto l’essere cristiano: l’unità del mistero e il mistero dell’unità. Il Dio trinitario è principio di differenza e di armonia. Cristo è unico mediatore di questo principio. Lui solo è il Differente in cui ogni differenza si riconcilia. Lui solo è l’armonia in cui ogni disarmonia si ricompone. L’Uomo, creato a Sua immagine, esiste come molteplicità chiamata alla comunione. Ma oggi questa unità è minacciata. Nel giorno in cui si ricorda la manifestazione del Dio fatto Uomo alle genti, dobbiamo ammettere che il cuore del Cristianesimo – il fatto salvifico di Cristo incarnato, crocifisso e risorto – rischia di essere diluito e semplificato, reso “spendibile” nel mercato delle idee condivisibili. L’annuncio dell’unico Vangelo spesso si indebolisce nel linguaggio dei valori universali: pace, dialogo, accoglienza, tutela dell’ambiente, progresso sociale. Tutte realtà buone e indispensabili, ma che, se svuotate dall’origine veritativa, diventano gusci senza seme.
Un Cristianesimo ridotto a filantropia o a movimento umanitario perde la sua potenza salvifica: diventa morale senza mistero, etica senza teologia, cultura senza conversione. Dove Cristo è sostituito dall’ideale del “bene generico”, la Chiesa cessa di essere colonna e fondamento della verità e si riduce a organizzazione sociale, a estetica collettiva, a ONG spirituale. Così, il Crocevia della Storia si dissolve nella nebbia del relativismo. Le conseguenze sono inevitabili. Le sperimentiamo nella cronaca e nella Storia di ogni giorno. Non è una critica al bene. È un richiamo all’essenziale. A ciò che non si vede ma fonda tutto, direbbe il Piccolo Principe. Senza l’atto difficile, coraggioso e razionale della fede nella divinità di Cristo – e in Cristo – il Cristianesimo si svuota dall’interno.
L’Epifania ci richiama proprio a questo centro, a questo nodo incandescente di verità: Dio che si mostra come salvezza, non come idea. La festa della manifestazione del Verbo è il controcanto silenzioso alla dispersione dell’Uomo moderno e alle sue innumerevoli e insanabili contraddizioni: diseguaglianze, ingiustizie, guerre. La Storia si fa prima nello spirito ricolmo di luce; solo dopo si costruisce nella realtà. Lavorare davvero per un mondo migliore esige questa consapevolezza. Il mondo cambia solo se prima cambia il cuore. Nessun ordine esterno sopravvive a un’anima spenta. Ogni autentica rinascita inizia da un atto spirituale: dalla conversione interiore dell’intelligenza e della volontà alla verità. Ogni opera “secondo giustizia” nasce da un lungo lavoro dell’anima: riflessione, meditazione, silenzio, discernimento. Quando l’uomo agisce senza questo fondamento, il suo agire diventa meccanico, vuoto, autoreferenziale. Solo la Storia fatta nello Spirito è Storia feconda.
In questa prospettiva la religione cristiana appare come novità assoluta: movimento discendente da Dio all’Uomo. Religione del puro ascolto. Il Cristianesimo non è un’ascesa prometeica, ma una discesa di Dio perché l’Uomo possa ascendere. Dono, non conquista. Grazia, non prestazione. L’epoca contemporanea, che presume di costruire tutto, fatica ad accettare l’ascolto come forma di sapienza. Eppure, solo chi sa ascoltare Dio diventa davvero creativo. Ogni parola che non nasce dall’ascolto è sterile. Ogni progetto che non nasce dalla chiamata rischia di trasformarsi in idolatria del fare. In questo senso, anche il “dialogo” può diventare un inganno. Quando si fa fine a se stesso, dimentica che parlare con tutti ha senso solo se si parla a partire da Cristo, che è la Parola del Padre. Senza Cristo, il dialogo si riduce a chiacchiera cosmopolita. Con Cristo, diventa annuncio, comunione, profezia.
Perché Cristo non è venuto a migliorare il mondo, ma a salvarlo. Non ha promesso la felicità dei sistemi, ma la beatitudine dei cuori pacificati. Le sue soluzioni non sono politiche, ma ontologiche. Egli sana la radice, non il sintomo. Cristo non è venuto per risolvere i nostri problemi ma per riportare l’Uomo al cuore del Padre. Qui si manifesta la differenza radicale del Cristianesimo rispetto a ogni religione umanitaria. Ogni crisi – antropologica, ecologica, culturale – nasce da un errore teologico: l’Uomo che pretende di bastare a se stesso, di essere frutto senza albero, bene senza il buono, libertà senza verità.
Cristo ha assunto tutta la negatività del mondo e l’ha trasfigurata in dono. Ha preso su di sé il dolore per convertirlo in grazia. In Lui anche l’ingiustizia e il martirio diventano rivelazione d’amore. Egli non risolve i problemi del mondo: li illumina. Solo un cuore che ha attraversato la croce può costruire una giustizia che sia anche misericordia. L’Epifania ci ricorda che Dio non resta nascosto: si lascia trovare da chi lo cerca con cuore umile.
Alla radice di tutto non sta un sistema di idee, ma un incontro. Ogni uomo – filosofo o credente, scienziato o poeta – porta in sé la nostalgia della Luce che venne nel buio. Seguire la stella significa questo: riconoscere che la verità non è un concetto impersonale, ma una persona. Una verità. I Magi lo compresero: nella fragilità di un Bambino intuirono la grandezza del Tutto. L’Epifania ci richiama a non dimenticare la sorgente, là dove ogni opera buona trova nutrimento e significato. Non esistono due luci: quella della fede illumina l’agire; quella dell’agire riflette la fede. Un Vangelo ridotto a etica civica non salva. Solo la fede che ama e adora trasforma la Storia.
L’Armonauta conosce la fatica del mare, la confusione delle stelle, il vento contrario della cultura del tempo. Ma continua a navigare, fissando lo sguardo là dove la stella sorge. Sa che un mondo migliore non nasce dai progetti di bene separati dalla verità, ma dall’atto d’amore che riconduce il bene alla sua fonte: Cristo, Luce del mondo. E nel giorno dell’Epifania, quando la Luce torna a fendere la notte, egli ricorda che la speranza dell’Uomo non è in ciò che l’Uomo fa, ma in Colui che viene. Nel buio, ancora una volta, venne la Luce. E la Luce non è stata vinta. Seguiamola anche noi, senza perdere di vista la Stella Cometa. Non sbagliamo direzione. È il Crocevia della Storia.

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