Così Derrida indagò la genealogia della menzogna
In una conferenza del 1996 il padre della decostruzione rilegge testi di filosofi, da Agostino a Arendt, che parlano al presente delle fake news e della propaganda

Possiamo dire il falso senza mentire e dire la verità al fine di ingannare, dunque mentendo. Nei nostri discorsi e gesti, non mentiamo mai se crediamo a ciò che diciamo o facciamo, anche se questo non corrisponde a verità. Sono i pochi punti fermi che - senza assolutizzazioni – ci vengono ricordati da un nuovo libro del filosofo Jacques Derrida, mancato nel 2004. Poco meno di cento pagine, attraversate quasi in filigrana da un leitmotiv: cosa significa mentire, ingannare, ingannarsi? Tre verbi che il “padre della decostruzione” iscrive nella categoria dello pseudologico e rimandano a concetti differenti: non a caso pseudos in greco può indicare sia menzogna o falsità che stratagemma o errore, ma anche frode e persino favola. Tre verbi, e non tre sostantivi, come lo sono quelli indicati dal titolo originale della conferenza Histoire du mensonge: Croire, savoir, témoigner, tenuta a Roma presso il Centre Saint-Louis de France nel febbraio 1996, quasi a sostenere i suoi tentativi per definire la menzogna e ricostruirne la storia, consapevole che nella sua forma prevalente «la menzogna non è un fatto o uno stato, ma un atto intenzionale: il mentire». Ora quelle lontane riflessioni derridiane, gravide di spunti poi raccolti e ripresi in successive conferenze e pubblicazioni sullo stesso tema - a detta di Montaigne «il rovescio della verità» dai «centomila aspetti e un campo indefinito» - vengono tradotte e commentate sotto il titolo Della menzogna. Per una storia a cura di Lucio Saviani (testo francese a fronte, Moretti & Vitali, pagine 96, euro 10,00).
Si tratta sì di un testo breve, ma parecchio denso, con alcuni passaggi un po’ oscuri a una prima lettura (qualcosa di ricorrente nella prosa di questo autore), brani per lo più risolti dal curatore, che ebbe già a confrontarsi con Derrida sullo stesso argomento nel 1997 durante un seminario a Meina, sul Lago Maggiore. Nel suo commento, infatti, Saviani fa affiorare temi nascosti tra le pieghe del discorso di Derrida chiarendone il significato per l’oggi. Un tempo - il nostro - dove qualsiasi discorso sulla menzogna non può ignorare, ancor più che la sua “storia” (della quale il filosofo francese discute innanzitutto la possibilità stessa), almeno quella sua lunga evoluzione palesatasi nella relazione parallela con il sapere, le scienze, la politica, i diritti, la comunicazione (nonché i relativi statuti e perimetri, benché eterogenei). E, questo, a partire dalle manipolazioni dei fatti o dalle notizie inventate nell’antichità, arrivando a noi, bersagli di fake news, propaganda politica, informazioni pilotate sui conflitti in corso o i problemi ecologici. Così, in questi suoi prolegomeni destinati a introdurre una storia – a suo parere «tutta da scrivere oppure ancora tutta da non scrivere per niente», Derrida inanella, passandoli al vaglio, testi di non pochi autori: Aristotele, Platone, Agostino, Rousseau, Kant, Freud, Nietzsche, Heidegger, Koyrè, Hannah Arendt. Tutti qui richiamati nel loro confrontarsi con quello che per il filosofo francese è soprattutto un concetto metafisico, più che il problema «oscuro, spinoso, irto di difficoltà», di cui parla Agostino nel De mendacio, dove ne attribuisce la causa al «cuore doppio» del mentitore. Nel trattato scritto dall’Ipponate nel 395, anno in cui fu ordinato vescovo, resta importante l’evidenza data all’intenzione (si veda il brano in questa pagina). Dunque, non c’è menzogna senza il desiderio o la volontà di ingannare. L’intenzione definisce la veracità o la menzogna nell’ordine del dire, dell’atto del dire, restando indipendente dalla verità o dalla falsità di ciò che è detto.
Di grande interesse i testi arendtiani citati, inerenti la menzogna in campo politico che, dopo uno scandaglio sul suo uso nei regimi totalitari, prefigurano una crescita iperbolica e il suo passaggio al limite, quasi disegnando un’idea di storia come conversione alla menzogna assoluta. Non meno interessanti quelli che toccano il tema della menzogna verso se stessi: il concetto di self-deception, di autoinganno, descritto da Arendt e Koyré, non è forse incompatibile con il rigore del concetto classico di menzogna, a meno di affrontarlo anche in chiave psicanalitica, cosa che i loro scritti non fanno? Sintomatologie dell’inconscio a parte, ma nei termini di una logica dello “spettrale” - osserva Saviani - a rivelarsi sempre più problematica e attuale nel quadro disegnato da Derrida è quindi l’idea di una realtà nascosta o deformata dalle immagini offerte dai media.
Conclude Saviani che da un lato «non si tratta della “fabbricazione di immagini di ogni sorta” dove l’immagine è offerta come “completo sostituto” e dunque “distruzione” della realtà (...) ma della pluralizzazione di visioni del mondo»; dall’altro lato «non si tratta nemmeno di una sorta di realizzazione tecno-mediatica di una “assoluta” hegeliana autotrasparenza». E la verità velata dalla menzogna massmediale ricorda il mondo vero che diventa favola del racconto nietzscheano.
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