Bando all’esotismo, l’Oriente siamo noi

Un saggio di Vanoli ricostruisce l’itinerario condiviso tra l’Europa e il ventaglio di mondi che va da Bisanzio all’islam mediterraneo, dall’India alla via della Seta, fino in Russia
January 7, 2026
Bando all’esotismo, l’Oriente siamo noi
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L’Oriente siamo noi. Non nel senso improprio – e un po’ compiaciuto – con cui l’Occidente ha spesso proiettato su quell’“Altrove” le proprie inquietudini, ma in quello più radicale d’una storia condivisa, fatta di circolazioni, prestiti, fratture e ritorni. Il nuovo libro di Alessandro Vanoli, tra le penne storiche più interessanti del panorama italiano, si muove in questo spazio di mezzo, dove il confine geografico si dissolve e rimane una trama di relazioni lunga secoli.
Oriente. Una storia, appena edito per Laterza (pagine 444, euro 22,00), non intende rinchiudere l’Oriente – appunto – in una definizione, né proporre una sintesi totalizzante: ne mostra, piuttosto, la mobilità, la porosità, l’inesauribile capacità di ridefinire ciò che siamo. Del resto, se c’è una cosa che la storiografia insegna, è che l’unico luogo davvero esotico è la nostra ignoranza. La sua è una storia che procede per onde, attraverso immagini – di spezie, rotte, matematiche, imperi, alfabeti –, costruendo lentamente l’idea d’“Oriente” come dispositivo storico per il mondo in cui viviamo. Vanoli non persegue la cronologia lineare, né l’esaurimento tematico: predilige gli attraversamenti, gli episodi emblematici, le figure che incarnano momenti di contatto. L’Oriente che affiora dal libro non è un blocco compatto, ma un ventaglio di mondi – Bisanzio, l’Islam mediterraneo, le vie della seta, l’India misteriosa, l’Impero turco, quello cinese, la grand Russia (e la transiberiana) – entrati costantemente in relazione con l’Europa, di cui ricostruisce la pluralità, rifiutando sia l’esotismo che tutt’oggi accompagna il nostro sguardo, sia la superfetazione erudita. È in queste pieghe che la narrazione acquisisce forza, restituendo la continuità degli scambi, la loro densità, la loro capacità trasformativa.
Quella di Vanoli è una lunga storia. Constanter et non trepide, egli attraversa territori complessi, partendo dalle civiltà più antiche per giungere sino al primo Novecento, accettando l’inquietudine che nasce quando le categorie occidentali si assottigliano e la storia rivela la propria natura mobile. È una postura interpretativa: guardare il passato globale senza timore della sua profondità, senza semplificazioni difensive, senza piegare l’alterità a un’esigenza identitaria. Tra rotte commerciali e traiettorie intellettuali si ricompone, così, una geografia complessa: uomini, idee e tecniche circolano ben oltre i confini che le mappe moderne pretendono di fissare. È il caso, ad esempio, di figure come Ibn Sīnā, meglio noto come Avicenna, ponte vivente fra mondi diversi, che, tra Bukhara e Hamadan, riesce a intrecciare Aristotele e Galeno, l’eredità persiana e le scienze arabe. O, ancora, della lunga scia di astronomi ottomani, protagonisti d’una geografia del sapere che l’Europa moderna avrebbe in parte dimenticato, pur continuando a beneficiarne. A ogni pagina pare d’avvertire il fruscio delle carovane che, tra Samarcanda e il deserto del Taklamakan, trasportavano non solo seta e gemme, ma anche racconti, tecniche, immagini del mondo. È così che si giunge a Baghdad, con la sua Casa della Sapienza, dove il patrimonio ellenistico, tradotto in arabo, generava nuove forme di pensiero. In quest’itinerario trova posto anche il miraggio del Prete Gianni: un sovrano cristiano immaginato per risolvere squilibri politici, temute minacce e desideri di alleanza. Ma non è solo il Medioevo, di cui l’autore è esperto. Meravigliose sono le pagine sull’orientalismo moderno e contemporaneo, allorché l’Oriente diventa un paesaggio sognato e, insieme, controllato: un’immagine costruita nei gabinetti dei filologi e negli uffici dei funzionari coloniali, nei musei pieni d’oggetti strappati al loro contesto e nelle fantasie di scrittori in cerca di storie. Non è soltanto gusto o moda: è un modo di guardare, di organizzare il mondo, di stabilire gerarchie silenziose.
Vanoli ci ha già abituato a delle grandi imprese. La sua Storia del mare aveva mostrato con chiarezza come la narrazione, se condotta con intelligenza e senza cedimenti all’ovvio, possa farsi strumento di conoscenza, permettendo al lettore d’intuire le strutture profonde che legano gli uomini ai loro spazi. Oriente procede nella stessa maniera, per affreschi brevi, per associazioni, per variazioni lente. Gli oggetti – la bussola, lo zero, il cristallo di rocca, la carta –, non meno degli esseri umani, diventano nodi della narrazione, piccoli condensatori di storie lunghe. E, tuttavia, la prosa non cede mai al pittoresco. Ogni quadro ha uno scopo preciso. Cesella i passaggi con un’attenzione quasi artigianale, disponendo i materiali in modo da evitare la dispersione. Consente di cogliere come l’Occidente si sia formato attraverso un dialogo continuo, ora sotterraneo ora evidente, con ciò che per secoli ha definito come “Altro-da-sé”. In questa prospettiva, il libro funziona anche come un esercizio di decentramento. Dal Mediterraneo ai porti dell’Oceano Indiano, dalle madrase ai mercati levantini, dalle frontiere caucasiche ai laboratori matematici dell’Asia meridionale, il racconto mostra come l’Europa abbia imparato senza saperlo, importato senza confessarlo, imitato senza dichiararlo. E non è un caso se affiorino, di tanto in tanto, lampi del nostro presente – dalle metropoli del Golfo alle nuove geografie del potere asiatico –, quasi a ricordarci che il racconto non riguarda solo mondi lontani, ma il modo in cui oggi abitiamo una scena ormai multipolare.
Il merito maggiore di Oriente. Una storia, insomma, sta nel restituire complessità a una categoria problematica, trasformandola da guscio concettuale consunto in una lente interpretativa capace d’illuminare non solo le genealogie profonde delle società euroasiatiche, ma anche le ambivalenze del nostro presente globalizzato. Voltata l’ultima pagina si resta con la sensazione che la distanza tra “noi” e “loro” sia, più che un dato reale, un’abitudine mentale, e che la storia, quando è raccontata senza cedere alla paura delle sue profondità, possa ancora incrinare queste certezze apparenti e aprire spazi di comprensione insospettati.
 
 
 

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