La tecnica e le sue maschere senza anima

La domanda etica si fa, dunque, ancora più urgente e più sottile. Riguarda il rapporto tra Spirito, Res e Uomo. Tra Dio, Creazione e Creature.
January 13, 2026
La tecnica e le sue maschere senza anima
«Personam tragicam forte vulpes viderat; quam postquam huc illuc semel atque iterum verterat, “O quanta species!” inquit “cerebrum non habet.” Hoc illis dictum est, quibus honorem et gloriam Fortuna tribuit, sensum communem abstulit».
 Sipario. La scena è semplice. Perfetta nella sua essenzialità. Al centro, una maschera tragica: lucida, scolpita, compiuta. È l’oggetto assoluto, puro volto senza volto, sembianza priva di interiorità. Sul proscenio entra una volpe. Rappresenta l’intelligenza ironica. Che abita ed esplora il margine. Tra vero e falso. Lo sguardo capace di disvelare il teatro effimero della storia. Si avvicina. Osserva. Gira intorno alla maschera. Una volta, due volte, altre volte ancora. Ne studia la magnificenza formale. Poi – in quel silenzio sospeso che, di solito, precede sempre la parola vera – con una battuta secca pronuncia il verdetto che spezza l’incanto: «Quanta bellezza. Ma non ha cervello». Fedro conclude: «Questo vale per coloro ai quali la fortuna ha concesso onore e gloria, sottraendo loro il senso comune». È un epigramma sulla divaricazione (e sulla scissione) tra apparenza e sostanza. Senza volerlo, è anche parabola del nostro tempo. Il tempo della tecnica onnipotente. Senza anima.
Il Consumer Electronics Show (CES) 2026 di Las Vegas, tenutosi la scorsa settimana, assomiglia molto alla rappresentazione tramandataci dai versi immortali di Fedro. Robot umanoidi, lenti ma già operativi, destinati – nelle intenzioni – a popolare fabbriche, magazzini, spazi pubblici e ambienti domestici. Bracci robotici guidati da chip sempre più potenti, capaci di interventi chirurgici simulati o di manipolazioni delicate. Macchine “pensanti” in ogni ambito della realtà: televisori, frigoriferi, veicoli, assistenti casalinghi, perfino servizi igienici “intelligenti”. Maschere di efficienza tecnica, appunto. L’AI esce dal digitale ed entra nel mondo reale. “Physical AI”, viene definita. La res – il mondo delle cose – diventa sempre più intessuta di logiche algoritmiche. Non siamo più semplicemente davanti a schermi: ci muoviamo dentro ambienti progressivamente “intelligenti”, in cui la decisione non si colloca più solo nel soggetto umano, ma scivola in reti di dispositivi. Il reale diventa sempre più artificiale.
Ma, se il CES mette in scena la liturgia spettacolare (anarchica e tecno-utopistica) dell’innovazione occidentale, altrove, ad oriente, avanza una diversa forma di ritualità: quella del potere politico che si raduna per studiare, organizzare e orientare l’AI. In Cina, una sessione collettiva del massimo organo dirigente del Partito è stata interamente dedicata all’intelligenza artificiale, descritta come tecnologia guida della nuova rivoluzione scientifica e industriale, chiamata a permeare produzione, ricerca, educazione, sicurezza, governance e cooperazione internazionale. Con un tasso di crescita di dieci volte in quattro anni. L’AI non appare più come un settore tra gli altri, bensì come infrastruttura strategica dell’ordine futuro. Il tutto – digitale e fisico – chiamato a contenere e connettere ogni parte. Un paradigma destinato a ridisegnare le forme stesse del vivere, del lavorare, del conoscere. Si insiste sulla necessità di integrare algoritmi, potenza di calcolo, dati, istituzioni educative, apparato normativo e ambiente fisico in un unico disegno organico. Al tempo stesso si invoca un sistema di regole, standard etici, dispositivi di monitoraggio del rischio. Persino la qualificazione culturale e giuridica dell’AI come “bene pubblico”.
Mentre si procede, velocemente (forse, a ben vedere, un po’ meno di quanto si era immaginato) verso l’Intelligenza Artificiale Generale, diventa sempre più chiaro che l’AI non è pensata come strumento. Ma come grammatica di mondo. Come architettura invisibile della storia. Preforma le possibilità stesse dell’economia, della politica, dell’educazione. Perfino delle relazioni. Tra gli Stati. Tra le Persone. L’ambivalenza è evidente. Da un lato, il desiderio (per alcuni aspetti) retorico di condividere benefici ed evitare “deragliamenti” tecnologici. Dall’altro, la volontà di “afferrarne l’iniziativa”, di sedersi al tavolo dove si scrivono le regole, dove si decide quale immagine di uomo, di società, di cooperazione globale verrà impressa nei codici e nelle istituzioni. Le «magnifiche sorti e progressive» rischiano di sfuggirci di mano. Ad oriente come ad occidente. Ovunque nel Mondo. Nella Storia. Non è casualità. Si tratta di un disegno lucido, deliberato, voluto, perseguito. Una visione di futuro. Che vede nella tecnica il nuovo dio. L’unico dio. Il dio definitivo.
La domanda etica si fa, dunque, ancora più urgente e più sottile. Riguarda il rapporto tra Spirito, Res e Uomo. Tra Dio, Creazione e Creature. Una tiade inscindibile. Che la modernità, invece, sta separando con astuzia diabolica. E con violenza, quando è necessario. La res non è materia grezza. La res naturale è essa stessa Creazione: chiamata all’essere da una Parola che produce nel tempo i suoi effetti evolutivi secondo il principio di verità che le è ontologicamente proprio fin dalla propria origine. La res tecnica, a sua volta, è tratta dalla Creazione. Siamo difronte ad un perenne (e sempre attuale) dinamismo generativo. È la potenza, tutta la potenza, che diventa storia. Direttamente o indirettamente. L’Uomo è primo protagonista di questo mistero. Egli non è un individuo isolato, ma creatura situata, posta dentro la res con un compito preciso: coltivare, custodire e trasformare secondo sapienza e verità. Dio, infine, non è spettatore lontano, ma Creatore e Signore che opera nella storia anche attraverso le cose, i segni, i corpi. Nella prospettiva cristiana, la creatio, dunque, non è solo un atto puntuale all’origine del tempo. Essa è un continuo atto di donazione dell’essere. Creatio continua significa che Dio sostiene in ogni istante ciò che ha creato, lo chiama “ora” – e da sempre e per sempre – all’esistenza e non soltanto “allora”. In questo senso, ogni res – anche la tecnologia più avanzata – è ontologicamente sospesa (e legata) alla fedeltà di un Logos che non cessa di “parlare” al mondo (e di plasmarlo). Anche grazie all’opera solerte dell’Uomo. La triade è così ricomposta.
La storia non è dunque uno spazio lasciato a se stesso, ma il teatro in cui la libertà umana coopera oppure resiste a questa creazione permanente. La Creazione è dal nulla. Ma dalla Creazione – e nella Creazione – è il tutto. In Essa è una potenza di atto che ancora non conosciamo e che continuerà a concretizzarsi fino alla fine dei tempi. Tutto può (e deve) essere tratto dalla Creazione. “Inventare”, nell’etimologia più antica significa “trovare”, “trarre”, “in-venire”: venire da. La Sacra Scrittura non conosce un mondo neutro: acqua, pane, vino, olio, terra, sangue sono luoghi in cui Dio parla, guarisce, giudica. Perché tutto è da Dio. E da Dio è stato posto come potenza ancora da esprimere, affidata all’intelligenza dell’Uomo. La stessa storia della salvezza passa per la res: dall’arca alla manna, dall’olio sul re al corpo del Crocifisso. Il Corpo di Cristo è res; l’Eucaristia è res trasfigurata, transustanziata. Separare la res dallo Spirito – lasciando la prima alla tecnica e riservando il secondo al foro interno – significa mutilare la struttura stessa dell’Umano. È questo il punto centrale della questione contemporanea. L’Uomo è chiamato, ancora una volta, a essere custode della Creazione. Come all’inizio dei tempi. Fino alla fine dei tempi. L’Uomo è colui che sta in mezzo. Se non assolve a questo compito, se non ricongiunge la res allo Spirito, la consegna al puro potere. Non è la macchina la questione. Nessuna macchina, in sé, è buona o cattiva. È l’uso che se ne fa. È l’uso che l’Uomo ne farà. Ed è compito dell’Uomo farne un uso buono.
Recita il Libro della Sapienza: «Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte». (Sap 1, 14) Nella res non c’è veleno di morte. Il veleno nasce nell’uso, non nella cosa. La macchina è neutra.  Non desidera il male. Non sceglie il male. Non conosce il bene. Il bene nasce quando l’uomo vi introduce lo Spirito. Il futuro non dipende da macchine più intelligenti, ma da uomini più veri. Una civiltà che affida la res senza Spirito finisce per distruggere l’Uomo. Una civiltà che custodisce la res nello Spirito genera salvezza. Aggiunge, ancora, il Libro della Sapienza: «Difatti gli elementi erano accordati diversamente, come nella cetra in cui le note variano la specie del ritmo, pur conservando sempre lo stesso tono, come è possibile dedurre da un’attenta considerazione degli avvenimenti. Infatti, animali terrestri divennero acquatici, quelli che nuotavano passarono sulla terra. Il fuoco rafforzò nell’acqua la sua potenza e l’acqua dimenticò la sua proprietà naturale di spegnere. Le fiamme non consumavano le carni di fragili animali che vi camminavano sopra, né scioglievano quel celeste nutrimento di vita, simile alla brina e così facile a fondersi. In tutti i modi, o Signore, hai reso grande e glorioso il tuo popolo e non hai dimenticato di assisterlo in ogni momento e in ogni luogo». (Sap 19,18-22)
Si tratta di problemi antichi e complessi, che assumono oggi una profondità inedita: siamo entrati nell’epoca in cui la tecnosfera ha superato la biosfera, quella in cui la res tecnica pretende di eccedere e riplasmare la res naturale.  Romano Guardini, riflettendo sul potere, avvertiva che la tecnica moderna non è semplicemente un insieme di strumenti o di manufatti, ma una nuova forma di potenza sul mondo che esige un ethos adeguato. Se questo ethos manca, la potenza agisce senza limite e senza contrappeso.
Alla luce di queste riflessioni, la favola di Fedro assume i contorni di una piccola tragedia epistemologica. La maschera tragica del nostro tempo è l’insieme delle nostre creazioni tecniche: interfacce brillanti, robot empatici, assistenti virtuali, sistemi predittivi.  Non si tratta di rifiutare questo volto. Si tratta di non dimenticare che, se dietro la maschera non c’è un soggetto che pensa, ama, sceglie la verità, la scena resta vuota. Non è la “species” che salva, ma il “cerebrum”; non è la perfezione formale che redime, ma lo Spirito che abita l’uomo e lo rende capace di usare la res per il bene.
L’Armonauta, per vocazione, è spettatore e attore insieme. Guarda il teatro del suo tempo – CES compreso – senza ingenuità e senza cinismo. Sa che la tecnica è potenza ambivalente. Che la res è buona ma esposta. Che l’uomo è grande e fragile insieme. Il suo compito è ricomporre ciò che è stato spezzato: ricollegare la res allo Spirito, ristabilire il primato della morale rispetto al processo tecnico, ricordare che la verità non è un output, ma un evento che coinvolge l’intera persona. Come la volpe di Fedro, l’Armonauta non si lascia incantare dalla sola bellezza delle maschere. Le osserva, le interpreta, le usa quando è giusto usarle. Ma, a differenza di chi ha perso il senso comune, non smette di farsi le domande essenziali: chi pensa? chi risponde? chi salva?

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