Storia di Flavio Falzetti, piccolo eroe esemplare del "calcio umano"
A Norcia, prima edizione del Premio dedicato al calciatore umbro morto di leucemia assegnato a Damiano Tommasi

Nell’intronata routine dell’informazione martellante dei social che battono su tamburi di lattice delle tastiere tigrate, a volte si perdono pezzi di vita vera, e soprattutto storie che meriterebbero di essere raccontate e divulgate ai quattro venti. Per puro caso, apprendo che a Norcia, la città di San Benedetto e anche del tartufo nero che ha un ruolo importante nella storia di cuoio che sto per raccontare hanno indetto un Premio dedicato alla memoria del calciatore norcino doc, Flavio Falzetti. Questa prima edizione del Premio Flavio Falzetti rientra appunto tra gli eventi collaterali della 62ª edizione della Mostra Mercato Nero Norcia e all’interno del Premio nazionale “Ilario Castagner” l’allenatore del “Perugia dei Miracoli” degli anni ’70, la mitica provinciale terribile del record di imbattibilità: 30 partite senza sconfitte in un campionato più umano e più vero a 16 squadre, stagione 1978-‘79. I colleghi umbri Massimo Boccucci, Renzo Berti e Roberto Barbacci, con la commissione tecnica di Luca Mercadini, hanno voluto rendere omaggio alla memoria di un ragazzo volato via troppo in fretta. Una vita da mediano anche quella di Flavio che fino all’ultimo respiro ha lottato come un leone indomito di centrocampo contro la leucemia. Parlare di Flavio Falzetti, personalmente è come compiere una rovesciata nel tempo e con lui ogni ad ogni incontro era davvero andare Oltre il 90 , titolo dell’autobiografia che aveva voluto scrivere per lasciare un segno indelebile del suo passaggio sui campi di calcio, ma soprattutto su questa terra. Quel libro lo raccontammo assieme a Foligno a una platea di 500 ragazzi che rimasero colpiti dalla sua schiettezza di da quel suo essere rimasto l’eterno ragazzo innamorato del calcio e della vita che è un bene prezioso da difendere, sempre. Flavio è stato il primo ad insegnarmi (dopo è toccato farlo a mio padre Mario, suo grande amico) che si può essere felici anche quando si sta male e si è costretti a combattere un malattia che è superiore ai nostri limiti umani. L’ultima grande lezione, Flavio me la diede da un letto d’ospedale, il Santa Maria della Misericordia di Perugia.
L’ultima trasferta da capitano coraggioso l’aveva visto lì, al reparto di ematologia e trapianto di midollo osseo. Quel reparto reca il nome di un piccolo eroe indimenticato del calcio, il terzino della Juventus e della Nazionale Andrea Fortunato, morto a 23 anni, il 25 aprile del 1995. Il giorno dell'intitolazione del padiglione a quell'angelo della fascia sinistra dei campi di Serie A, Flavio, classe 1972, quasi coscritto di Andrea Fortunato (classe 1971) c’era. Flavio Falzetti non lo troverete nell’album Panini perché, nonostante il fisico aitante e la buona tecnica si era dovuto accontentare delle serie minori e l’apice l’aveva raggiunto al Taranto, in serie C. Poi tanti campi della periferia dilettantistica. Le ultime stagioni le aveva portate a termine sopra le forze, e quando l’ho conosciuto era nel pieno della sua sfida con quella che chiamava la "Bestia", il male per niente oscuro contro cui dal 1998 fino al marzo del 2013, ha dovuto lottare ogni santo giorno e che dopo quindici anni lo aveva riportato nel reparto dove il suo calvario era iniziato. «All'epoca mi diagnosticarono un linfoma a livello osseo epatico. Per lo stesso male, mio padre è morto a 33 anni», raccontava Flavio, che anche nei giorni dell’abbandono delle poche energie rimaste non si arrendeva e sperava in un gol della Medicina e dei suoi luminari. «Lo staff del professor Massimo Martelli, lo stesso che mi sta curando adesso, mi sottopose all'autotrapianto di midollo – continuava il suo racconto - . Dopo sette mesi ero tornato a giocare, ma poi la "Bestia" mi ha stoppato ancora e ci sono voluti più di 50 cicli tra chemio e radioterapia e l'asportazione della milza per non andare all'altro mondo... Poi ho incontrato Nando». Nando è il dottor Scalpelli, il "medico amico", con il quale ha girato l'Italia, incontrato centinaia di studenti e associazioni per testimoniare da uomo, prima che da ex calciatore che ha insegnato a tutti che, se non si può venire fuori dal tunnel della malattia, devi comunque imparare a conviverci. «Assieme a Nando abbiamo messo su una squadra specialissima, la "Life", la Nazionale di ex calciatori malati di leucemia e di cancro, ci giocano tra gli altri calciatori di Serie A come Mimmo Caso, Sasà Sullo e Massimo Ciocci…», mi disse orgoglioso parlando di quella creatura fortemente voluta per un progetto che andava oltre il 90° e anche oltre un campo di calcio. «La "Life" in questi anni ha avuto lo scopo di raccogliere fondi per la ricerca di nuove terapie per patologie che, spesso, vengono ignorate dalla Medicina ufficiale».
Con Nando e l'amico Ivan Ameli, aveva fondato anche l'Associazione dedicata alla memoria di Gianni e Valerio: Gianni stroncato dalla leucemia e Valerio, morto a 14 anni per un linfoma. Un mare di attività per l'instancabile Flavio, una corsa continua, fino a quando la "Bestia” non è entrata nuovamente a gamba tesa sul corpo di un ragazzo costretto ad affrontare l'ennesima prova di Giobbe. «Questa volta è più dura del solito, ma io non mollo... Voglio guarire e poi aiutare tanti ragazzi a sfondare in un calcio migliore di quello di adesso», ripeteva dal suo letto d'ospedale dove continuava a leggere i giornali sportivi e a tenersi aggiornato dalla tv per il suo mestiere di talent scout. Con Guglielmo De Feis e la loro società di procura "Sport e Diritto" avevano dato l'opportunità a tanti calciatori extracomunitari e dilettanti lasciati allo sbaraglio di attraversare ben attrezzati la jungla del professionismo. «Non ci siamo mai arricchiti con Guglielmo, ma non abbiamo neppure speculato sulla pelle dei ragazzi come fanno tanti incompetenti che circolano nel mondo del calcio di oggi», diceva con orgoglio Flavio ricordandomi Kalas, il ragazzo nigeriano scappato da Port Harcourt in quanto perseguitato, appartenente alla minoranza cristiana igbo. "Kalas" Ngeri, alias Africa Bomber, titolo del bellissimo libro (Add Editore) che gli ha dedicato Goffredo De Pascale, da stella del Soccer Plannance, un giorno si era ritrovato fuggiasco. Scampato al Sahara, era arrivato in Libia e a bordo di una delle tante scialuppe di fortuna era riuscito a sbarcare a Lampedusa. Da lì al Centro di Accoglienza di Crotone fino a Roma. Ad adottarlo poi era stato il comune di Tuoro sul Trasimeno. Ad occuparsi di Kalas furono l’allora vicesindaco Lorenzo Borgia e quella che per lui è stata una «seconda madre», Alma Petri, vedova del poliziotto Emanuele Petri, ultima vittima delle Brigate Rosse. Dal “Centro Petri” di Tuoro era stato Flavio a portarlo al Norcia Calcio dove poi le cose non erano andate come dovevano, ma questa è un’altra storia. Come un’altra storia, purtroppo con un finale di partita simile a quella di Falzetti, è quella dell’ex talento del Napoli Carmelo Imbriani, classe 1976, che aveva dovuto abbandonare la panchina del Benevento per salire a Perugia e tentare, lui che era nato attaccante, l’ultima disperata difesa contro il linfoma di Hodgkin. Imbriani se ne è andato via qualche giorno prima di Flavio ricevendo l’estrema unzione da fra' Stefano Albanesi. il cappellano dell'ospedale, ma sino all’estate del 1999 era stato un loro illustre collega. Quell'estate, l'allora 24enne centrocampista Albanesi, era atteso nel ritiro del Pescara (Serie B) del "Profeta" Giovanni Galeone che lo aveva fatto acquistare dalla Vis Pesaro. Stefano non si presentò mai: la chiamata di Dio gli fece appendere per sempre gli scarpini al chiodo e proseguire per un altro ritiro, quello francescano di Monteluco, il monte Santo sopra alla mia Spoleto.
«Per fortuna che non l'abbiamo scoperto prima, altrimenti mi convertiva tutto lo spogliatoio...», disse ironico Galeone quando lo venne a sapere. Flavio a fra’ Stefano quell’episodio glielo ricordava ridendo, così una mattina triste e grigia dentro una corsia d'ospedale diventava di colpo radiosa e ad illuminarla era il loro sorriso. Flavio dimenticava per un attimo tutti i mali quando si parlava di calcio, quando gli arrivavano le visite a sorpresa di un campione del mondo, anche di sensibilità, come Marco Materazzi o le chiamate di Serse Cosmi e di Gianfelice Facchetti, il figlio del grande Giacinto. Aveva una speciale ammirazione per l’allora presidente dell'Assocalciatori Damiano Tommasi, ora sindaco di Verona, con cui si sentiva al telefono finché gli era rimasto un filo di voce. E a Tommasi ora scopro con gioia sincera che è andato il primo “Premio Flavio Falzetti”. Il Premio che gli arriva da lassù dal compagno di lotte per un calcio pulito, perché certe malattie sospette dei calciatori, compresa la sua, Flavio sapeva che andavano indagate scientificamente e per questo si era battuto per il riconoscimento del “passaporto ematico”. «Flavio siamo tutti con te», era il nostro motto e anche la scritta apparsa sullo striscione che gli avevano dedicato quei "pulcini" del Norcia, più o meno della stessa età della bimba che nel reparto pediatrico dell’ospedale di Perugia ha lasciato scritto su un foglio attaccato alla parete: «D'accordo malattia, questa notte fammi soffrire, se vuoi anche domani, e dopodomani. Un mese, un anno, divertiti un po', ma per sempre, per sempre no». Per sempre, rimanga anche il ricordo di certi piccoli eroi esemplari del pallone come il nostro Flavio.
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