Non c'è gloria senza pianto. Le lacrime di gioventù di Nico Paz e quelle di papà Vergara
"La gloria" di Aurelio Picca si ritrova in qualche personaggio e qualche sprazzo del 23* turno di Serie A

“La gloria e la prova”. Il titolo dell’autobiografia del mio caro amico Totò Cascio, enfant prodige di Nuova Cinema Paradiso, sintetizza il 23° turno della Serie A che si conclude stasera con Bologna-Milan. Ma prima di andare sui campi di calcio riplaniamo sul sintetico tennistico di Melbourne: gli Australian Open li ha vinti il genio ribelle Alcaraz, ma la gloria è tutta per il 38enne Djokovic, anche per tutte le volte «che in ginocchio si segna il petto con la Croce». Immagine stupenda che rubo allo scriba di fede laziale Aurelio Picca, il quale sullo sport ha scritto un meraviglioso saggio, La gloria (Baldini+Castoldi), appunto. Tornando al campionato, se continua di questo passo ci sarà gloria solo per l’Inter di Chivu e per il maradoniano Lautaro Martinez che a Cremona ha fatto 13. Tante sono le reti dell’argentino capocannoniere solitario che a dispetto di quelli che dicono «segna solo alle piccole» (vero, ma quante sono le grandi in Serie A?) è il miglior marcatore straniero in tutte le competizioni, 170 gol, e il migliore in assoluto in Champions, 25 reti. Dietro di lui, a quota 8 gol, c’è l’altro argentino del Como, Nico Paz, ancora sotto choc per il rigore sbagliato all’ultimo istante del derby con l’Atalanta. Paz tira e “saracinesca” Carnesecchi para ancora. L’arbitro fischia la fine e il volto di Nico Paz è segnato da quelle lacrime di gioventù che il suo altrettanto magico allenatore, Cesc Fabregas, asciuga con queste parole: «Ho visto Messi e Terry in finale di Champions sbagliare un rigore. Fa male, deve fare male: ma questo è il percorso. Dopo la partita ti sentirai scarso ma sappiamo tutti che non è così. Si deve alzare la testa quando le cose non vanno bene».. E Nico Paz la testa può rialzarla subito a Napoli, nel tempio di Maradona, dove il Como questa sera recita il primo atto dei quarti di Coppa Italia (ritorno il 3 maggio). Stessa motivazione, rialzare la testa parruccata, anche per Antonio Conte che si conferma mister “anti-Champions”. Il suo Napoli è fuori dall’Europa delle grandi e può solo consolarsi con la grande sorpresa: lo scugnizzo di Frattamaggiore Antonio Vergara. Antonio fa gol alla Fiorentina e fa piangere papà seduto in tribuna. Scene da Napoli milionaria, ma il calcio sotto il Vesuvio in questo momento si arrabatta tra miseria e nobiltà. Stesso scenario anche per la Lazio che nella sfida con il Genoa del cuore giallorosso Daniele De Rossi vince (3-2) con un rigore al suono della sirena. Lo segna un romano verace (rarità) e un laziale fino al midollo (altra rarità), Danilo Cataldi, ma è il rigore più triste della storia di questo club che in 126 anni non ha mai visto uno stadio vuoto come l’Olimpico di venerdì scorso. «C’era più gente a vedere Figline-Ostiamare», è stato il commento, da campione del mondo anche d’umorismo, di De Rossi (che è anche patron dell’Ostiamare, serie D). La vera gloria è quando «con lo stadio pieno i nostri tifosi hanno dato tutto», ripeteva Umberto Lenzini, il presidente dello scudetto del ’74, uno che i giocatori e i tifosi della Lazio chiamavano “Papà”. Gloria a Lenzini e non a chi mal governa la Lazio attuale.
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