Con Di Nunno finisce la stirpe dei "presidenti pane e salame"

L'ex patron del Lecco è stato un degno erede dei padri patron del calcio degli anni '70-80, quelle maschere popolari della provincia nel pallone
January 25, 2026
Con Di Nunno finisce la stirpe dei "presidenti pane e salame"
L'ex presidente del Lecco Paolo Di Nunno (1948-2026): un personaggio davvero singolare nell'universo calcistico (foto gentilmente concessa dal Lecco Calcio)
Nel calcio di oggi ci sono quelle che Giovanni Arpino in Azzurro tenebra (nel secolo scorso unico vero romanzo rispettabile sul mondo del pallone italico) riferendosi ai suoi colleghi distingueva tra le "iene" e le "belle gioie". Ora, tra i presidenti attuali si vedono solo le iene, le belle gioie sarebbero personalità troppo fini e ricercate. Restano al potere i ricercati, ma dalle polizie. Facciamo un minimo di pulizia e per trovare qualcosa di divertente e di edificante tra i patron della nostra Repubblica fondata sul pallone bisogna andare indietro di almeno cinquant’anni. La memoria di cuoio ci racconta che nell’ormai lontano 1976 il Torino vinse il suo ultimo scudetto sotto la presidenza di quel galantuomo di Orfeo Pianelli. Un signore che non rientrava nella filiera pregiatissima, dop e non top, dei "presidenti pane e salame". Gli ultimi feudatari del borgo. Signorotti rispettabili e rispettati da popolo, come Costatino Rozzi signore di Ascoli, Romeo Anconetani reggitore della torre calcistica di Pisa, Franco D’Attoma possidente terriero nelle Puglie (nativo di Conversano) e gran cerimoniere del Perugia dei Miracoli (gli umbri chiusero imbattuti la stagione 1978-’79, 30 partite senza sconfitte e 2° posto dietro al Milan della stella), il faccendiere Antonio Sibilia tiranno di Avellino, il poetico Domenico Luzzara, sobrio gestore della ditta di famiglia Cremonese e lo sgrammaticato Edmeo Lugaresi che però sapeva parlare bene di calcio amore e fantasia e così portò il suo Cesena in Europa. A questo circolo elitario dei padri patron delle provinciali che sfidavano e spesso battevano le grandi (sempre il Perugia fece perdere due scudetti alla Juventus) va inserita di diritto la maschera di Catania, Angelo Massimino.
Tra le sue innumerevoli gag va ricordata, specie alla Z Generation, questa. «Presidente, il portiere ha bisogno dei guanti». Risposta del Presidente Massimino al mister: «Ma perché bisogna comprare i guanti solo al portiere? Qui sono tutti uguali. Allora li devono avere pure gli altri...». Dialogo realmente accaduto tra l'allenatore del Catania anni '70 e il presidente del club etneo. Formidabili quegli anni, «quando la rucola non c'era», direbbe Enrico Vaime, e il calcio veniva gestito a livello famigliare, tipo trattoria tipica, da personaggi come quelli sopra elencati. Gente che con i fichi secchi organizzava pranzi sontuosi e al mercato, che non era ancora quello attuale delle vacche mercenarie, riuscivano a fare affari e beffe d’oro, come quella volta che D'Attoma, con la complicità di Giussy Farina (altra maschera della nobile Lanerossi Vicenza), alle buste strappò Paolo Rossi niente meno che alla Juventus dell'Avvocato, Gianni Agnelli. Dopo queste maschere popolari di provincia che rendevano il calcio uno sport più umano e più vero, è stato il diluvio universale. Molti di quei club dei presidenti "pane e salame" hanno conosciuto l'onta delle retrocessioni nei dilettanti e ripetuti fallimenti societari ripartendo continuamente da zero sotto nuove proprietà, la maggioranza straniere e spesso sospette. Siamo fermi al vulcanismo di Luciano Gaucci (leggendario n.1 del Perugia anni ’90 inizi 2000) e di Maurizio Zamparini, ex doge del Venezia e poi mecenate a Palermo. E noi nostalgici speravamo tanto di ritrovare tracce di quelle due ultime maschere nel calabroamericano Rocco Commisso, ma il suo settennale alla Fiorentina è volato via troppo in fretta e adesso il presidente paisà se ne è volato nel mondo dei più. Bisogna scendere in Lega Pro per intravedere qualche erede di quella dinastia dei "presidenti pane e salame". Ce n’è uno che vive lontano fisicamente, negli Usa, ma con il cuore è sempre nella sua amata Picerno (provincia di Potenza). Donato Curcio, picernese classe 1942 è il Presidentissimo del Picerno dei miracoli.
L’Az Picerno, il piccolo grande club di Serie C che "lo Zio d’America" sostiene economicamente per amore dei suoi avi e dei compaesani. Purtroppo il Picerno in questa stagione sta mestamente annaspando nei bassifondi della classifica e Curcio soffre, come sempre, dalla tv di casa, a Buffalo, nello Stato di New York, dove macina dollari e risiede. La sua rimane comunque una storia da C’era una volta in America e quando glie lo abbiamo detto lui ha risposto: «Già, ma manca Clint Eastwood, chi lo fa?». Chi ha vissuto come un personaggio di Clint Eastwood è stato sicuramente Paolo Leonardo Di Nunno che a 77 anni è volato via per sempre. L’ex presidente del Lecco, era un soggetto buono per il sequel di Regalo di Natale di Pupi Avati, perché Di Nunno si considerava prima di tutto un mago dello chemin de fer. Tavolo verde del casinò e prato verde vista Lago di Lecco, questi erano i due luoghi ideali dove azzardare. A volte il rilancio lo ha portato a successi clamorosi, altre si è dovuto accontentare di limitare i danni. Un pugliese, come D’Attoma, ma scorza dura, con un difetto imperdonabile «nel mondo più omertoso mai visto» come quello del calcio (cito il giudice Raffaele Guariniello): dire sempre quello che si pensa. Di Nunno lo faceva a voce alta e con un lessico molto famigliare (un retore dall'italiano pasticciato, ma efficace), con tutti e alle minacce, anche quelle dei tifosi che comunque lo amavano, rispondeva con un «o state zitti o me ne vado». Il non gioco più, era il suo sport preferito quando doveva ottenere il silenzio per poter dire quelle che generalmente erano le sue verità, piuttosto scomode. Razza contadina, Di Nunno veniva dalla zolla del Tavoliere, dalla quale aveva ottenuto il grano necessario in tasca per migrare al Nord e quello in zucca per svoltare e fare affari, ma un aratro gli strappò via una gamba che era ancora un ragazzo. Nella Canosa di Lino Banfi c’è chi sognava il cinema e chi come lui di diventare il presidente di una squadra di Serie A. Forse Di Nunno sognava entrambe le cose e comunque la faccia e i tempi comici per fare l’attore ce li aveva eccome. Per arrivare a coronare sogni di gloria ha fatto mille mestieri e quando era senza lavoro dormiva nelle stazioni della metropolitana di Milano elemosinando un cappuccino da qualche compaesano di passaggio. Un viaggio lunghissimo al termine delle sue notti lo ha portato alla luce. Un luminoso imprenditore, ramo schede per videogiochi. Un precursore settoriale che gli ha permesso la scalata sociale e l’approdo al calcio diventando il presidente del Lecco.
Come per Commisso un settennale al potere del club lacustre, dal 2017 al 2024. Il Lecco negli anni ’60 aveva conosciuto la Serie A e quella era la meta che si era prefissata patron Di Nunno che miracolosamente era riuscito a riportare la società in B. Scommessa vinta e voglia di insistere, anche quando era finito su una sedia a rotelle. Neppure quella però era riuscita frenare la sua rabbia, e tutti a Lecco ricordano la spettacolare invasione di campo del Presidente in carrozzina per andare a inveire contro l’arbitro reo ai suoi occhi di aver fischiato un rigore fantasma in favore del Pordenone. Una follia che gli valse la standing ovation dello stadio Rigamonti-Ceppi. Di Nunno cortesemente ringraziò il popolo lecchese facendo il giro di campo per poi andare a scambiare quattro chiacchiere con il portiere avversario. Scene irripetibili su questi schermi. Quando si è chiusa l’avventura con il Lecco la sua voglia di calcio lo ha spinto a proseguire con i dilettanti della Baranzatese di cui era presidente onorario. Stesso titolo gli hanno concesso quelli del Canosa. Titoli che arrivano dal cuore della gente degli stadi che rappresenta quel calcio di strapaese in estinzione. Anche per questo, Di Nunno va annoverato tra i classici della categoria "presidenti pane e salame". Molte delle verità che urlava nelle tv private o nel salotto di Eurosport, andrebbero riviste e soprattutto riascoltate dagli ispettori del calcio pulito, ammesso che esista ancora un calcio trasparente. Chi del calcio si intende sa che Di Nunno era un innamorato vero del calcio e lo testimonia il ricordo affettuoso che gli è stato riservato in questi giorni da ex allenatori e giocatori che con lui hanno vissuto delle stagioni memorabili. Tanti gli attestati di stima, ma sicuramente il burbero buono Di Nunno si sarebbe commosso molto di più che per un gol dell’amato Lecco sentendo i suoi nipoti che dal pulpito della chiesa dove sono stati celebrati i funerali l’hanno ricordato così: «Non sei mai stato un nonno tradizionale, ma sempre fuori dagli schemi, ed è proprio questo che ti distingueva. Il tuo modo di voler bene non era fatto di gesti eclatanti o di tante parole. Ci hai insegnato che nella vita non bisogna accontentarsi, ma essere determinati e avere il coraggio di credere in sé stessi».

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