Al calcio dei Lotito preferiamo la lezione di vita e di sport di Bruno Pizzul
Un anno fa se ne andava il grande telecronista Rai di Cormons che oggi 8 marzo avrebbe festeggiato il compleanno

Proprio poche sere fa, guardando Lazio-Atalanta, semifinale di andata di Coppa Italia, mi chiedevo: chissà che cosa avrebbe detto in telecronaca Bruno Pizzul? Come avrebbe commentato il “gigante buono” di Cormons lo scenario buzzatiano da Deserto dei Tartari dello stadio Olimpico lasciato ancora una volta volontariamente vuoto dai tifosi della Lazio per una civilissima protesta ad oltranza contro il presidente del club capitolino Claudio Lotito. Secondo me il pizzuliano: «E’ tutto molto bello», avrebbe lasciato il posto a un mesto «E’ tutto molto triste». Bruno lo avrebbe sussurrato, per non rovinare lo spettacolo ai suoi fedelissimi telespettatori Rai (la diretta di Lazio-Atalanta era Mediaset). Ma poi ho pensato anche che un uomo di potere, così spregiudicato e dittatoriale come Lotito, a Pizzul non poteva piacere. Il padre Patron di Formello ha atteggiamenti dittatoriali, un piccolo Trump del pallone nazionale che dice e si contraddice. Il senatore Lotito va in audizione secretata in Commissione antimafia e spara a zero contro le radio romane, tutti i social media e gli organi di informazione (per Lotito di “disinformazione” ovviamente) ree di influenzare le dinamiche finanziarie di una società come la S.S. Lazio che è quotata in Borsa. A dargli manforte il collega Filippo Melchiorre, senatore di Fratelli d'Italia che prosegue nell’indagine del comitato della Commissione Antimafia che si occupa di infiltrazioni mafiose nelle manifestazioni sportive e legami tra criminalità organizzata e società sportive. Ora, che la piovra della malavita da anni ha messo le mani anche sul calcio nazionale è risaputo, ma che le sorti in campo di una squadra debbano scatenare una “guerra” incivile (come se non bastassero quelle sanguinose già in atto nel pianeta) ci sembra davvero una vicenda da ultimo stadio. Lotito è il padre padrone lo ribadiamo e i tifosi laziali (oltre 30mila abbonati) sono ostaggio di una passione. Sono i figliocci dell’Aquila che volano basso e che sono stanchi di sentirsi presi in giro.
Al tempo stesso la loro speranza, e cioè l’ipotesi di cessione e di trattative per rilevare la Lazio, finiscono sotto la lente della Commissione antimafia. Siamo alla follia, come folli sono le presunte telefonate divulgate intercorse tra Lotito e alcuni tifosi, in cui il confronto è al di sotto del linguaggio da bar sport. E qui allora scatta la nostalgia per chi come Bruno Pizzul il calcio sapeva raccontarlo con estrema pacatezza, perché inteso come sport. Lo ha dovuto raccontare anche davanti a uno scenario di 32 morti, la notte assassina della strage dell’Heysel e quella notte di Bruxelles professionalmente la ricordava come la più brutta della sua vita. Una vita che qui su questa terra è terminata il 5 marzo scorso e oggi 8 marzo Pizzul avrebbe compiuto 88 anni. Un anno fa, appena appresa la notizia della sua morte ho provato una profonda tristezza e scrissi un articolo di cuore e di pancia che cominciava così, con un incipit alla Lucio Corsi: «Volevo essere Bruno… Sì, “Quelli che… volevano fare i giornalisti sportivi” come il sottoscritto volevano essere come te, Bruno Pizzul». Era l’inizio del millennio, io giovane migrante della carta stampata dall’Umbria a Milano, gli chiesi appuntamento per un’intervista. Ci ritrovammo in un mezzogiorno afoso di inizio estate in un bar all’aperto sotto casa sua, in via Losanna a due passi da corso Sempione, in quella che è stata la sua seconda dimora, la redazione milanese della Rai. Con la sua proverbiale puntualità, vidi Bruno all’orizzonte sprintare in mezzo al traffico in sella alla sua bici. Sì perché la grande "voice" della telecronaca calcistica finché ha potuto è stato un abile ciclista metropolitano. Ha corso tanto Bruno, su e giù per il mondo per raccontare l’Italia del calcio, la Nazionale, ma anche per portare un po’ di quel sano spirito da italiano in gita, curioso di conoscere, prima ancora di farsi riconoscere dal pubblico che lo ha amato tanto. Un amore e un rispetto reciproco, frutto di un’avventura professionale iniziata in quella stanza della Rai dove Pizzul ha lavorato per 35 anni. «Agli inizi quello spazio lo dividevo con Carlo Sassi, Heron Vitaletti e quel battitore libero di Beppe Viola. Lì dentro entrava il mondo: un giorno toccava a Gianni Rivera appena sceso dal tram prima di un derby a San Siro, il giorno dopo si presentava l'attore Jean-Louis Trintignant in pausa pranzo dal set che portava vino e formaggio francese per l'assaggio amicale».
Gergo ricercato, Pizzul esegeta del buon parlare e del buon mangiarebere professato dall’amico fraterno Gianni Mura. Un eterno «dritto per dritto», tondo e sincero, come un bicchiere di Collio delle colline di Cormons, dove Bruno era tornato per il riposo del guerriero microfonato. Qui, dove sono le vigne a tracciare il confine con la Slovenia, i sogni e le passioni del giovane Pizzul hanno sibilato il fischio d'inizio di una partita in cui giovani sloveni e italiani giocavano assieme anche in tempi di guerra. «Era l'unico pallone quello che rotolava a Cormons, e i genitori vedendo i figli giocare felici placarono il loro odio». In quelle partite davvero amichevoli vide la fine della guerra e l'inizio di una gioventù proiettata in città. «Da Cormons, dove cominciai a giocare con la squadra parrocchiale, la Cormonese, andai a studiare al liceo Stellini di Udine, dove ero nato. Un liceo elitario in cui quelli come me che si dividevano tra il calcio e il latino non erano visti di buon occhio, così optai per i più elastici professori del liceo Dante Alighieri di Gorizia (città in cui è morto) che apprezzavano il mio doppio passo, sport e scuola, e mi portarono al diploma». Il passo felpato e la mente fine del centromediano metodista che dopo il militare negli Alpini sbarcò a Catania per giocare e studiare. «In quella che allora era la "Milano del sud" ero iscritto all'università e in campo andavo assieme ad altri cinque friulani. Il viareggino Michelotti lo chiamavamo il "terrone", era il più meridionale della squadra. Il giovane cronista locale Candido Cannavò quando veniva allo stadio per le interviste di rito sacramentava: "Noi catanesi siamo stati colonizzati da tutti, dai punici ai francesi, adesso ci mancavate solo voi barbari del nordest"». Razza furlana, un tempo fucina di talenti. «Nella vicina San Lorenzo Isontino, paese che non arrivava a mille abitanti, una stagione poterono vantare sei giocatori in Serie A. Oggi quella vena talentuosa si è inaridita, nel calcio come nel basket. Colpa dei telefonini e della vita virtuale: i ragazzi sono diventati dei campioni nell'abbandono dell'attività sportiva». Il giovane Bruno giocava a calcio per «puro divertimento», si laureò in Giurisprudenza e una volta contro la Juventus riuscì persino a fermare l’antesignano di Diego Armando Maradona, “el cabezon” Omar Sivori idolo di mio padre Mario e di tutta quella generazione di figli del dopoguerra. «Beh più che fermare lo marcai abbastanza bene. E la cosa me la ricordò Omar una sera che si presentò alla "Domenica Sportiva" con una foto in mano chiedendomi meravigliato: "Bruno, ma questo eri tu? Quanti tunnel ti feci?"... E io: se è per questo neanche uno. E il solito Sivori concluse: "Se lo sapevo che diventavi Bruno Pizzul il giornalista te ne avrei fatti 40 di tunnel"».
Ricordi di una vita vissuta alla giusta distanza, con quella morbida ed elegante pacatezza che gli riconosce Riccardo Cucchi in prefazione alla biografia scritta qualche tempo fa da Francesco Pira e Matteo Femia, Bruno Pizzul. Una voce nazionale (Lupetti). Quella voce che ogni tanto dovevo assolutamente riascoltare, almeno telefonicamente, per ricordarci delle partite a carte con Gianni Mura e di quel viaggio in Umbria per andare ad assaggiare il Sagrantino di Montefalco, laggiù a casa mia alla locanda Sparafucile dell’amico Nazzareno Brodoloni. I tavoli dell'Arrigo alla Trattoria Mukerli, a Cormons, è stato invece il suo ultimo avamposto. «Questa negli anni è diventata un'osteria, un luogo di incontro per simpatiche e lunghe sfide a carte briscola e tresette. Purtroppo non è più bocciofila, e di là, gli sloveni con le bocce che gli regalammo tanto tempo fa sono diventati più bravi di noi», mi raccontava invitandomi ad andare a trovarlo per condividere tutte quelle perle di saggezza, frutto di una cultura popolare, appresa da bambino davanti al fogolar. «Qui a Cormons ho imparato a riconoscere la fioritura delle piante, la migrazione degli uccelli: la cincia allegra che vola d'inverno e il passero che con il caldo se ne va lontano e torna quando c'è la neve sul monte Quarin. In città questa percezione si perde, però a me, anche avvolto nella nebbia di città bastava chiudere gli occhi per rivedere e riascoltare l'incanto della natura che cambia con il cambiare del tempo», mi raccontava con la fierezza di essere riuscito a realizzare i suoi sogni e di poterli rivedere ad occhi aperti davanti a quella natura che lo aveva cresciuto. Un mondo di fole e non di folli, anche del calcio, come adesso quello che si portava dentro Pizzul. E allora, ancora grazie caro Bruno per darmi la possibilità di ricordare, un anno dopo, ancora tutta l’energia, la competenza e la saggezza di uomo dai valori forti e di giornalista sportivo, che hai potuto donare a questa triste Repubblica fondata sul pallone.
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