Marzo 1966 - Il primo segno
Una domenica di marzo a Milano, una lieve zoppia segna l’inizio del male e lascia una paura che non passa.
Era marzo, un’acerba luminosa domenica a Milano, e dal balcone di casa mia madre e io, sette anni, guardavamo mia sorella che tornava dalla Messa. Aveva quel giorno, visto che c’era il sole, messo per la prima volta le scarpe bianche della primavera, con i calzettoni candidi al ginocchio che portavano allora le tredicenni. Aveva una gonna a pieghe e la treccia nera lucente dei capelli le oscillava sulle spalle sottili. Si fermò al semaforo rosso, poi traversò piazza San Gioachino. Fu in quel momento che lo notammo: «Ma, zoppica», disse mia madre.
Sì, Lucetta zoppicava leggermente, come avesse preso una storta. Non ci aveva detto niente. Comunque, un nulla. Pranzammo come sempre quella domenica, sul tavolo il vassoio delle paste. Appena un leggero claudicare. Forse le scarpe nuove le facevano male? E invece, era l’inizio. Solo dopo mesi la diagnosi, un raro cancro osseo. Un’odissea disperata fra medici che non capivano, e ospedali, poi il calvario dell’agonia. Il 13 marzo dell’anno dopo in quella stessa chiesa avrei visto il funerale di Lucetta – fuori, i peschi in fiore. E quello zoppichio leggero mi è rimasto incollato addosso: è stato un’ansia costante, per ogni malanno da poco dei bambini. Gli amici mi prendevano in giro. Ma io sapevo come tutto può cominciare da un niente, e non lo so scordare.
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