Febbraio 2026 - Veloci come la luce
Una meditazione sui ricordi, sul tempo che passa e sulla speranza che nulla vada perduto.
Ho sperimentato, scrivendo questi “Giorni”, come, invecchiando, la nettezza dei ricordi più remoti si faccia assoluta, mentre le cose recenti affondino in una indeterminata vaghezza. Dopo i sessant’anni la memoria mi si è come capovolta: sono istantanee le facce, i luoghi, i viaggi di quando avevo cinque o sei anni. Il grosso cane nero che in un giardino guardava dall’alto in basso la bambina di quattro anni che ero, mi sta qui davanti; e il trenino bianco e azzurro che fischiava, al mattino, salendo da Calalzo a Cortina, lo sento ancora. E lo scorpione nero con l’aculeo maligno volto all’indietro, verso di me, in un fienile? L’immagine del male. Indimenticabile.
E le facce, le facce dei miei cari, delle compagne di scuola, della vecchia padrona Giuditta, in montagna: tutti schedati in files intatti. Ma, a un certo momento questa memoria remota si fa velocissima, i fotogrammi si sovrappongono. E mi sembra di sentire il ronzio dei filmini in Superotto che i nostri genitori giravano in casa, e che guardavamo poi, proiettati su un telo bianco, in una stanza buia.
Quando la pellicola finiva faceva un fruscio veloce, e poi un clic. Più nulla. Più nulla, alla fine anche per noi? Ma ci deve essere un luogo, in qualche cielo, in cui tutti i nostri ricordi vengono salvati.
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