Febbraio 2026 - Quando io non c’ero
Il desiderio di vedere il padre nascere e vivere i suoi primi momenti felici, prima ancora che la figlia esistesse. Una nostalgia tenera per un tempo perduto, immaginato con amore.
Se mai potessi chiedere al Genio di una lampada di esaudire un desiderio, domanderei di vedere certi giorni in cui io non c’ero, ben lontana dal nascere. Vorrei essere nella casa della mia giovane nonna, in un rione popolare di Parma, una sera di un remoto maggio, quando cominciarono le doglie, e le vicine si affaccendavano a scaldare acqua sui fornelli - mentre il padre, escluso da una “faccenda di donne”, aspettava, solo.
Le grida del travaglio, brevi silenzi, e grida più forti, e infine l’annuncio ad alta voce, trionfante: “Maschio!” Quanto avrei voluto, papà, vederti nascere. E poi sui banchi di scuola, e per le strade dell’Oltretorrente, allora povero e pieno di bambini. Chissà come giocavi, come ti divertivi con un pallone, a nascondino, a mangiare di nascosto le more del vicino.
Io, non c’ero. Non c’ero su quel treno che il 1° gennaio 1946 prendesti per raggiungere mia madre, sfollata al sud, e sposarti: in valigia un pacchetto di preziosi confetti, rimediati alla borsa nera. Chissà com’eri felice, papà, tornato dalla guerra, di sposare la donna che amavi. Vorrei sederti accanto, nel vagone che procedeva sui binari danneggiati dalla guerra. Molto adagio andava quel treno - ma, lei ti aspettava. Seduta vicino a te, io non farei domande. Vorrei solo vedere coi miei occhi la tua gioia.
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