Febbraio 2020 - “Tornate, ritornate, tutti”
Il Covid, da minaccia lontana, diventa all’improvviso esperienza diretta di paura, morte e smarrimento in una Milano svuotata e irriconoscibile.
I giornali scrivevano di una coppia di cinesi passata per Milano, che aveva il Covid. In Centrale i tassisti scherzavano: “Li hai portati tu, Gigi?”.
Covid? E cos’era? Non ne sapevamo niente. Il 21 febbraio la madre di mio marito, novantenne, respirava a fatica. L’accompagnai al Fatebenefratelli: rimasi attonita davanti alla coda di anziani in attesa, soli, in barella, la tosse come un rantolo. Mai vista una cosa simile. Riportai a casa la nonna, ma, la notte dopo, di nuovo in un ospedale. Non c’erano nemmeno le mascherine. Chiesi a un medico se mia suocera aveva il Covid, quello disse di no. Il nemico era già dappertutto, e non ce n’eravamo accorti.
La nonna era scossa da una febbre a quaranta. Ce la lasciarono almeno salutare in terapia intensiva. Pochi giorni, e a centinaia, negli ospedali, sarebbero morti da soli. Uscimmo a capo chino, i figli sbalorditi: la nonna, la nonna che c’era sempre, li aveva lasciati. L’allarme a Milano si concretizzò quel giorno. D’improvviso, sirene da ogni dove. Mia figlia tornò dal supermercato sconvolta: «Non si riesce a entrare, tutti comprano a carrellate, come venisse la guerra».
Una guerra. I camion dei morti di Bergamo in colonna, la desolazione delle strade vuote. Il traffico, il rumore di Milano, azzerati. Ma, dove siete? Mi dicevo angosciata. Tornate, pregavo, ritornate, tutti.
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