18 agosto 1966 - Solo un passero
Da bambino trovai morto il mio passero Marino: fu il primo incontro con la morte, legato per sempre al ricordo di Lucetta.
Me lo ero portato a casa a quattro anni, in una gabbietta di cartone con i buchi. Dentro lui saltellava, io ero impaziente di liberarlo nella voliera dei nostri canarini. Erano sei, li stavo per ore a osservare. Fecero le uova e le vidi schiudere, una cosa meravigliosa. Ma il nuovo uccellino era “mio”, e lo chiamai Marino. Un passero bruno con il capo rosso. Non potevo lasciarlo: Marino nella sua gabbietta venne in vacanza in montagna. Cantava molto prima dell’alba, quando ancora era notte. Mi svegliava quel suo cinguettio petulante.
Una mattina però aprii gli occhi, e Marino taceva. In pigiama, scalza, andai verso la cucina. La gabbia era vuota. «Marino è scappato!», gridai, già piangendo. Ma, come aveva fatto? La gabbia era chiusa. Allora guardando nell’angolo più basso lo vidi: rigido e rimpicciolito, quattro piume secche. Per la prima volta vedevo la morte. Tutto di quell’istante, la gabbia, le zampine stecchite, l’ho negli occhi. Non volevo andasse sottoterra. Allora mia madre pensò di gettarlo in un ruscello, nel bosco. Non so perché, ma mandò mia sorella grande, sola. La vedo ancora che sale verso il bosco, il fagottino in mano. La immagino che posa sull’acqua quelle due ali. Aveva 14 anni, e non immaginava che non ne avrebbe compiuto 15. (Quanto vorrei, Lucetta, che non fosse toccato a te abbandonare nel bosco il mio passero).
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