12 dicembre 1969 - Quel tuono cupo
Il boato di Piazza Fontana rompe la pace del Dopoguerra e chiude l’infanzia.
Era un venerdì. Al venerdì si facevano i doppi turni, andavamo a scuola al pomeriggio. Sembrava un giorno come gli altri. Noi bambine di prima media con il grembiule nero e il colletto bianco con ricamate le lettere “M” e “P”, medie Parini, eravamo a lezione. Le lampade giallastre stentavano a rischiarare l’aula, alla vigilia di Santa Lucia. Già aria di Natale. Una compagna era in piedi, e rispondeva alla professoressa. Si allargò di colpo nel silenzio un’eco cupa, di come un tuono, ma più rabbiosa di un tuono.
Ci guardammo. La professoressa si alzò dalla cattedra. Uscì a cercare le colleghe, dalla porta ne intravidi un crocchio. Parlavano a bassa voce, angosciate. Anche fra noi bambine ci si interrogava, turbate. Poi, dalla vicina Questura, uno sciame straziante di sirene: tutte le Volanti correvano verso Piazza Fontana. 7 chili di tritolo alla Banca Nazionale della Agricoltura, dietro al Duomo, 17 morti, 88 feriti. Io non lo sapevo, ma con quel sangue era finita la serenità del Dopoguerra. 24 anni di pace dal’45, di macerie e di voglia di ricostruire, di avere figli, di vivere. Io ero nata in quella pace. Ma il tempo era cambiato: attentati, terrorismo, stragi. E anche io, a 11 anni, stavo cambiando. Non più bambina. In quel boato la Milano della mia infanzia era finita.
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