Il dolore del lago Izabal, colpito al cuore dal nichel
Per denunciare i disastri della miniera Fénix, Carlos Choc ha affrontato minacce e persecuzioni. Il suo lavoro ha fermato i lavori. Ma ora potrebbero riprenderee

«Sopravvive. Ma soffre». Carlos Choc Chub conosce la grammatica del dolore in cui si esprime Izabal, ancora, quasi dieci anni dopo la «ferita». La «baia grande» questo il significato del nome, attribuitole dai commercianti baschi del XVIII secolo - parla a chi sa comprenderlo. I Maya Qeqchi, il popolo ancestrale radicato sulle sue rive, sono sensibili agli umori impressi delle sfumature cromatiche delle sue acque. Quando l’azzurro avvolgente del maggior bacino del Guatemala, nel maggio 2017, s’è tinto di rosso sangue, hanno compreso subito che Izabal era stato colpito al cuore da Fénix, colosso minerario prima russo-svizzero poi svizzero statunitense, che estraeva e processava il nichel dalle sue sponde. Si sono, dunque, mobilitati in aiuto.
Carlos Choc ricorda quando la sua comunità - El Estor - lo ha chiamato disperata perché le autorità si ostinavano a ripetere che il colore anomalo era causato da un banale accumulo di alghe. E decise, nonostante fosse un cronista sportivo, di indagare, armato di macchina fotografica e registratore, «perché nessun altro voleva farlo». Ha cominciato a seguire le marce dei pescatori, la gran parte del popolo di El Estor, le cui reti, ogni giorno, raccoglievano cadaveri di pesci. Ha immortalato i loro corpi fragili e tesi nell’intento di bloccare i camion carichi del metallo – altamente inquinante e cancerogeno - in uscita dall’impianto. Ha ritratto la furia della polizia antisommossa schierata dal governo per proteggere quest’ultimo. Nonché lo sparo che, il 27 maggio 2017, ha ucciso Carlos Maaz, uno dei dimostranti che affrontavano manganelli e fucili a mani nude. Quello scatto gli è costato sette anni di minacce, false imputazioni per detenzione d’armi e associazione a delinquere e due processi, terminati il 30 gennaio 2024, con l’archiviazione di tutte le accuse. Nel frattempo, grazie alle prove raccolte, Fénix ha dovuto fermarsi.
Nel 2022, il dipartimento del Tesoro Usa ha bloccato le importazioni dopo vari scandali e dopo aver sanzionato alcuni dirigenti insieme all’allora ministro dell’Ambiente guatemalteco, Alberto Pimentel Mata, accusato avere preso mazzette per oltre un milione di dollari di tangenti dalle imprese minerarie. Tuttora, però, il reporter riceve intimidazioni via social e continua ad essere accompagnato da Peace brigades international (Pbi), ong nonviolenta, che è stata al suo fianco fin dal principio. «Le ultime risalgono allo scorso novembre quando, con una campagna denigratoria via Web, mi hanno incolpato di essere un terrorista», racconta. Più delle pressioni, a preoccupare Carlos è la ripresa di Fénix – forse già il mese prossimo – pronta a rinascere dalle sue ceneri con un assetto aziendale rinnovato.
«Con quest’ultimo e il sostegno dell’Amministrazione Trump ora può riprendere i lavori». Il nichel è cruciale per la produzione di batterie per le auto elettriche e dell’acciaio inossidabile. Washington, affamata come mai di risorse strategiche, non vuole rinunciarvi. Una pressione troppo forte perché l’attuale presidente Bernardo Arévalo, progressista e sensibile ai temi ecologici, riesca a opporsi. «Izabal soffrirà ancora. E le sue genti con lei. In meno di dieci anni il centinaio di villaggi da cui è composta El Estor si sono svuotati per la carenza di pesci. La gran parte degli abitanti ha preso la via del Nord, gli Usa, ora blindati ai migranti da quello stesso Trump le cui politiche acuiscono l’esodo. Eppure, non è difficile fare la cosa giusta. Sarebbe sufficiente saper comprendere il dolore dei viventi. Degli esseri umani e della casa comune in cui abitano«.
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