La scorciatoia elettrica (e pulita) verso lo sviluppo
Un rapporto del think tank Ember segnala che le economie emergenti stanno saltando a piè pari la fase di crescita fondata sui combustibili fossili per arrivare dritta a quella trainata dall’energia verde. È il “fast track” elettrico
Dalle biomasse al carbone, poi dal carbone al petrolio e al gas e, infine, da questi all’energia pulita. Gli Stati Uniti hanno impiegato quasi un secolo per compiere questo percorso. La Cina si sta muovendo più rapidamente ma la sua economia continua ad essere fortemente vincolata al greggio e ai suoi derivati. L’attuale crisi energetica ci sta ricordando quanto questa dipendenza sia critica e, soprattutto, costosa in termini di bollette e inquinamento. Le economie emergenti pare abbiano invece intrapreso una via verso lo sviluppo che salta a piè pari la fase dei combustibili fossili e arriva dritta a quella trainata dall’energia pulita. È il cosiddetto "fast track" elettrico.
Lo ha messo a fuoco un rapporto redatto da Ember, think tank londinese specializzato in transizione energetica, in collaborazione con il forum dei Paesi Vulnerabili al Clima, una coalizione di 74 nazioni a basso e medio reddito, distribuite tra Africa, Asia, Caraibi, America Latina e Pacifico, che rappresenta 1,7 miliardi di persone e il 3,9 per cento del Pil mondiale.
Lo studio segnala che il "fast-track" elettrico in corso in molti Paesi emergenti è stato reso possibile dal rapido calo dei costi delle tecnologie adoperate nelle applicazioni di energia pulita come quelle su cui si basa il fotovoltaico e lo stoccaggio a batterie. In Marocco, per fare qualche esempio, il comparto eolico ha raddoppiato i volumi di produzione energetica in poco più di cinque anni. In Etiopia, le auto elettriche rappresentano almeno il 6 per cento dell’intero parco veicoli contro meno dell’uno per cento di appena due anni fa. L’analisi mostra che nella metà dei Paesi della Coalizione la penetrazione del solare nel mercato ha superato quella registrata agli Stati Uniti. In Namibia, la quota di elettricità prodotta dai pannelli installati nelle zone desertiche è passata dal 6 per cento del 2017 al 35 per cento del 2024.
Il superamento della dipendenza dai combustibili fossili è innanzitutto fonte di risparmio. La spesa sostenuta dai Paesi della Coalizione per importare greggio nel 2024 è stata, complessivamente, di 155 miliardi di dollari. Cifra che la "rivoluzione elettrica" potrebbe abbattere di molto. Il vantaggio di questo modello di sviluppo è anche un altro: può finalmente portare energia a chi, ancora oggi, non ha accesso all’elettricità ovvero ad oltre 700 milioni di persone a livello globale. Tre quarti della popolazione mondiale vive con meno di un megawattora di elettricità pro capite l’anno.
La promessa di sviluppo è significativa. In alcuni Paesi, per semplificare, non comporta il passaggio da un mezzo a benzina a uno elettrico ma da nessun mezzo a un mezzo disponibile, da nessuna refrigerazione a un frigorifero, da luce instabile a luce continua.
Le tecnologie elettriche sono più economiche e si adattano anche meglio alle esigenze locali. L’uso delle batterie, per esempio, porta elettricità anche nelle zone più remote che sono prive di infrastrutture per la distribuzione. C’è un dettaglio che non è affatto secondario: l'energia prodotta è pulita.
«Il vecchio compromesso tra clima e sviluppo legato ai combustibili fossili non è più valido» ha sottolineato Sara Jane Ahmed, direttrice generale della Coalizione. «Si tratta di un cambiamento epocale nella storia energetica dell’umanità – ha aggiunto – che vede i Paesi in via di sviluppo, quelli più vulnerabili al cambiamento climatico, al centro della sempre più rapida transizione elettro-tecnologica verso futuri energetici puliti e prosperità climatica».
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