Che cos'è il Super El Niño e perché se ne sta parlando
Secondo i modelli previsionali di autorevoli istituti climatici, l'innalzamento di temperatura delle acque dell'oceano Pacifico potrà avere un effetto di ampia portata sul clima di intere regioni. È El Niño, e potrebbe arrivare già dal prossimo mese.

I primi ad accorgersene furono alcuni pescatori. Ciclicamente, verso dicembre, l’acqua sulle coste dei loro Paesi, Ecuador e Perù, si scaldava. Per loro era un problema: più l'acqua era calda, meno erano i pesci. I pescatori chiamarono quel fenomeno “El Niño” che in spagnolo significa “il bambino”. Un nome scelto per ragioni stagionali: l'anomala corrente calda arrivava appunto nel periodo di Natale, per i cristiani la festa di Gesù Bambino. Quella che alcuni secoli fa fu un'osservazione empirica, oggi è uno dei fenomeni climatici più studiati. In questi giorni è protagonista di titoli sui giornali: si legge che arriverà un “Super El Niño”, con conseguenze su tutto il pianeta in termini di eventi meteorologici estremi, come siccità, piogge violente, inondazioni, moria di pesci. Che cosa significa, e accadrà davvero?
Partiamo dalle definizioni. Si parla di El Niño quando l’acqua di una zona precisa del Pacifico (dalle coste dell’America Latina sino alla parte centrale dell’oceano) registra un aumento di temperatura di almeno 0.5°C rispetto alla media stagionale, protratto per 5 mesi. El Niño arriva di solito a intervalli di 2-7 anni ed è di per sé un fenomeno naturale. L’impatto è sull’atmosfera - con l’indebolimento o l'inversione degli alisei, i venti che contribuiscono a tenere la temperatura oceanica al suo livello standard - e sul clima di diverse regioni. Insomma: un apparentemente modesto cambiamento di temperatura ha conseguenze sul clima di interi territori. Le potenzialità distruttive di El Niño aumentano nei casi in cui il fenomeno si verifichi come “intenso”. In questo caso, l’aumento di temperatura della superficie dell’oceano deve superare i 2°C rispetto alle condizioni normali. Uno degli eventi più intensi si verificò, ad esempio, nel 1997 quando l’aumento di temperatura dell’acqua toccò dei picchi di +5°C. Un altro caso si è verificato tra il 2015 e il 2016. Il “Super El Niño” (il termine è giornalistico più che scientifico) è tornato di attualità in questi giorni, dopo la pubblicazione di modelli previsionali di enti come la Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration). I documenti spiegano che c’è una probabilità del 61% che El Niño arriverà nel periodo tra maggio e giugno 2026. Vi sono poi pari probabilità (25%) che si verifichi un El Niño di intensità molto forte, forte o moderata, in particolare nel periodo tra novembre 2026 e febbraio 2027.
Gli effetti climatici sarebbero di ampia portata: l’estate sarebbe più calda negli Stati Uniti occidentali, in alcune zone dell’Africa e dell’Europa; forti siccità e caldo estremo arriverebbero in alcuni Paesi tropicali (isole caraibiche e Indonesia, ad esempio); nel Pacifico si potrebbero formare cicloni violenti. «Esiste un reale potenziale per il più forte evento El Niño degli ultimi 140 anni», ha scritto Paul Roundy, professore di scienze atmosferiche presso la State University of New York. Si sta cercando, in queste settimane, di capire se effettivamente la previsione si realizzerà. Il climatologo James Hansen ha ad esempio evidenziato in un documento pubblicato sul sito della Columbia University che sarebbe sorprendente avere effettivamente un Super El Niño: l’ultimo evento moderatamente forte è stato nel 2023-2024 e, solitamente, serve tempo per «ricaricare le batteria» di calore nell’Oceano. Ma un tempo di ricarica abbreviato potrebbe essere legato al riscaldamento globale e alla crisi climatica, ipotizza l’autore. Se anche i dati sulle temperature attuali sono ancora troppo deboli per confermare un fenomeno così estremo, Hansen osserva anche che l’accumulo di calore è iniziato e sta procedendo molto rapidamente, seguendo un andamento simile ad altri eventi intensi del passato.
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