Le guerre hanno un (alto) costo climatico

L'aggressione russa in Ucraina ha causato l'emissione di 311 milioni di tonnellate di gas serra; l'escalation armata in Iran, in due settimane, ha provocato il rilascio di 5 milioni di tonnellate di anidride carbonica; a Gaza si parla di «danni ambientali senza precedenti». Che impatto hanno i conflitti sul clima?
March 26, 2026
Le guerre hanno un (alto) costo climatico
EPA/ALAA BADARNEH
Le guerre hanno sempre costi indicibili. Vittime, vite stravolte, città distrutte e intere memorie cancellate. C’è un altro costo meno raccontato e studiato, e a pagarlo è il pianeta. Non faremo una gerarchia tra gli elementi elencati, ma è importante tenere a mente una cosa: quando gli ecosistemi vengono distrutti e la crisi climatica altera le condizioni di vita in determinati luoghi, a pagare il prezzo sono sempre le persone. Di solito, quelle che hanno meno potere, meno risorse. Ci sono diverse ricerche che provano a quantificare l’impatto delle guerre sul clima. Partiamo dal conflitto più recente: la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Secondo un’analisi del Climate and community Institute, in due settimane (dal 28 febbraio al 14 marzo), gli attacchi hanno causato l’emissione di quasi 5 milioni di tonnellate di anidride carbonica. È tanto? È poco? Gli esperti che hanno commentato il dato, parlano di «ritmo di emissioni allarmante» e di «insostenibilità climatica della guerra». A causare la maggior parte delle emissioni sono stati due fattori: gli attacchi a edifici ed infrastrutture e la distruzione diretta di siti di stoccaggio di petrolio e carburante.
I dati si alzano in modo massiccio quando le guerre durano da anni. Si calcola ad esempio che la guerra in Ucraina abbia causato l’emissione di 311 milioni tonnellate di gas serra in quattro anni, l’equivalente delle emissioni annuali di un Paese come la Francia. In questo caso, la maggior parte sono dovute strettamente alla produzione e all’uso di strumenti bellici: carri armati, munizioni, veicoli, rete logistica di supporto alle operazioni, fornitura di artiglieria. Al secondo posto, con un forte aumento nel quarto anno di guerra, sono gli incendi che hanno distrutto ettari di territorio. I dati mostrano in particolare un loro aumento attorno alle zone dove avvengono i combattimenti. Ancora diversa è la situazione a Gaza: gli studi delle Nazioni Unite, basati soprattutto su analisi satellitari e altri dati di Ong e agenzie umanitarie, parlano di danni ambientali sono «senza precedenti». L’Onu parla di collasso dei sistemi idrici e sanitari, di grave contaminazione di acqua, suolo, costa, con conseguenze estremamente drammatiche per la salute della popolazione. Il 97% delle colture arboree è andato distrutto. Gli edifici sono per la gran maggior parte rasi al suolo.
I report delle Nazioni Unite raccontano anche che la distruzione intenzionale degli ambienti naturali può diventare una precisa strategia di guerra: in alcune aree, le truppe militari abbattono alberi e boschi per togliere al nemico la possibilità di nascondersi o per rendere alcune aree inabitabili e quindi spingere forzatamente la popolazione a spostarsi. Inoltre, scrive l’Onu nei report, «durante i conflitti armati si usano grandi quantità di munizioni che contengono materiali pesanti, uranio impoverito, composti chimici che sono tossici anche in minime quantità, con impatti devastanti per la salute dell’uomo e degli ambienti».
Ma è possibile calcolare l’impatto totale delle guerre per il nostro pianeta, in termini di peggioramento della crisi climatica? La risposta è complessa. Uno degli studi più accurati, a riguardo, è del Conflict and Environment Observatory (Ceobs) e riguarda le emissioni di gas serra provocate dall’intero settore militare globale, in tempo di pace e in tempo di guerra: le emissioni annuali ammonterebbero al 5,5% di quelle globali. In altre parole: se i settori militari componessero uno stato, sarebbero il quarto inquinatore al mondo dopo Cina, Stati Uniti e India. Si tratta di una stima: quando si parla di costo climatico delle guerre, il principale problema è avere i dati. Il Ceobs spiega che nel passato le istituzioni internazionali avevano pensato a un obbligo di dichiarazione dei dati legati alle emissioni dei settori militari. L'accordo di Parigi ha stabilito invece che la condivisione di queste informazioni sia volontaria. Le stime del Ceobs si basano quindi sui dati forniti da un piccolo numero di Stati, rapportati proporzionalmente per tutti gli altri. L'assenza di dati impedisce di studiare ampiamente il fenomeno, e di esserne pienamente consapevoli.

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