Economisti, climatologi, attivisti: la squadra che indicherà la via d'uscita dai fossili

E' stato costituito alla Conferenza per la transizione dagli idrocarburi, appena terminata nella colombiana Santa Marta. Il gruppo presenterà il primo rapporto alla Cop31 di novembre
April 30, 2026
Il presidente Gustavo Petro parla sul palco della Conferenza di Santa Marta accanto alla bandiera colombiana
il presidente colombiano Gustavo Petro ha parlato alla fine del vertice di Santa Marta/ Reuters
Sono trascorsi oltre cinque mesi da quando il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, hanno lanciato insieme l’idea di una roadmap internazionale per l’uscita dai combustibili fossili alla vigilia dell’ultima Conferenza Onu sul clima a Belém (Cop30). Auspicata già durante il vertice, la sua creazione ha impiegato più tempo del previsto. Ma, alla fine, è arrivata. A vararla è stato il summit “spin off” della Cop30. La “riunione dei volenterosi” – una sessantina di Paesi, Italia inclusa –, terminata ieri a tremila chilometri di distanza dalla capitale dell’Amazzonia, il porto colombiano di Santa Marta, la prima città fondata dai “conquistadores” in America. Vista la resistenza dei petro-Stati a tradurre in politiche concrete la transizione energetica già decisa alla Cop28 di Dubai, un gruppo di nazioni ha scelto di fare da apripista. Procedendo, cioè, in parallelo – non contro – le classiche Conferenze sul clima in cui la cosiddetta “regola del consenso” permette a una minoranza di bloccare ogni progresso. Fra loro – e si tratta di un elemento di rilievo – anche produttori di idrocarburi, come Bogotà, Brasilia, Oslo e Ottawa, e consumatori netti, quali Madrid, Berlino e Bruxelles. Il primo risultato del Forum – organizzato congiuntamente da Colombia e Paesi Bassi – è stata la costituzione del panel di scienziati ed esperti incaricati di tracciare la rotta verso l’uscita dal labirinto fossile. Guidato dalla camerunese Vera Songwe, co-presidente del gruppo di alto livello sulla finanza climatica, nell’équipe figurano economisti come il tedesco Ottmar Edenhofer, lo studioso brasiliano di energia, Gilberto Jannuzzi, attivisti e esponenti della società civile nonché i prestigiosi climatologi, Johan Rockström, del centro studi di Postdam, e Carlos Nobre, autore della principale ricerca sulla “savanizzazione” dell’Amazzonia. «Ci stiamo attivando per coinvolgere tra i cinquanta e i cento colleghi, in modo da poterci concentrare su quattro temi: i processi possibili di decarbonizzazione, una mappatura delle soluzioni esistenti, riforme politiche per attuarle e sistemi per finanziarle. Non dobbiamo inventare niente di nuovo ma censire il meglio dell’esistente in modo da procedere rapidamente», ha spiegato Rockström. Il proposito è presentarsi alla prossima Cop, in programma a novembre nella turca Antalya, già con un primo report su cui lavorare. Come ha ripetuto più volte la ministra colombiana dell’Ambiente Ines Vélez, non si tratta di decidere se dire addio alle fossili bensì come farlo. In quest’ottica, a Santa Marta è emersa più volte la richiesta di tagliare i sussidi ai produttori di petrolio, gas e carbone, i quali, entro il 2030, dovrebbero sfiorare gli 8,2 miliardi di dollari. Un’altra proposta per liberare fondi da investire nella transizione è stato l’incremento delle tasse a Big Oil, in particolare sui profitti extra: 30 milioni di dollari l’ora, secondo Global Witness, dall’inizio della crisi in Medio Oriente. Entrambe le questioni non sono nuove, se ne è parlato spesso alle Cop. A differenza di appena qualche tempo fa, ora è in atto una spinta imprevista per scavalcare il “muro dei signori del fossile”. E ad innescarla è stata l’insospettabile Amministrazione Trump. Nonostante il mantra “drill baby drill”, la sua offensiva in Iran e il conseguente blocco di Hormuz, hanno dimostrato la fragilità di un’economia tanto dipendente dagli idrocarburi. Rilanciando al livello globale il dibattito sull’urgenza di trovare alternative. Le rinnovabili sono quelle più efficienti nel calcolo costi-benefici: costano, in base ai dati dell’Agenzia ad hoc Irena, il 90 per cento in meno delle trivelle e sono meno vulnerabili di fronte al caos geopolitico dominante. Oltre a evitare il riscaldamento globale, il quale, a sua volta, lo acuisce.

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