Piras e Virdis
Piras e Virdis, simboli di un calcio di provincia capace di lasciare il segno senza entrare nell’Olimpo dei grandi
Ve li ricordate ancora Evaristo Beccalossi e Fabio Cudicini, Stefano Chiodi e Vincenzo Torrente, Beniamino Vignola e Franco Cresci, Giorgio Braglia e Massimo Palanca, Evaristo Beccalossi, Gigi Piras e Pietro Paolo Virdis? Pochi, a parte gli addetti ai lavori: e tutti da contare tra i tifosi del calcio di provincia, poco importa quanto quella provincia sia grande e nobile, calcisticamente titolata. In Sardegna, soprattutto tra Nuoro e Cagliari, nessuno ha mai dimenticato Gigi Piras e Pietro Paolo Virdis, ma nemmeno Roberto Muzzi (che sardo però non è), attaccante di fascia che, a ventidue anni, aveva già collezionato decine di presenze e quattro gol nelle nazionali minori e che, nei suoi cinque anni cagliaritani, ha segnato in media una rete ogni tre partite.
Riprendo in mano un vecchio libro dove li ritrovo tutti: Nazionali senza filtro. Almanacco sportivo illustrato di storie e di scelte di Pierluigi Larotonda. Si tratta d’un gesto riparatore verso calciatori che hanno fatto la storia del nostro calcio in modo decisivo, ma che non sono ascesi all’olimpo. Per dire: nella stagione 86-87 il Cagliari retrocesse in C, ma raggiunse la semifinale di Coppa Italia contro il Napoli di Maradona. Arrivare a quella partita sarebbe stato possibile senza la rete di Piras che, nei quarti, eliminò la Juventus?
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