La paura di troppi candidati

La democrazia non è delega a un leader, ma pluralità e partecipazione: il cambiamento comincia prima della scelta di chi governerà
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October 7, 2026
La paura di troppi candidati
Nel tentativo di dirottamento avvenuto sul volo da Dubai a Tel Aviv, alcuni elementi hanno lasciato i lettori basiti. A me, per esempio, ha colpito moltissimo il racconto del passeggero che ha stabilizzato e poi fatto atterrare l’aereo imitando le scene di atterraggi d’emergenza viste in una serie TV.  Un altro particolare, però, mi pare sia passato in sordina: la prima titolazione circolata su alcune testate giornalistiche italiane, che raccontava di una colluttazione in cabina tra un pilota russo e uno ucraino. Una ricostruzione poi del tutto smentita ma a suo modo cinematografica: due nemici per antonomasia impossibilitati a convivere dalla violenza della guerra.
E così ho pensato ancora una volta al nostro bisogno di contrapposizione, alla necessità di polarizzare, alla comodità mentale della simmetria tra due singole entità. La coppia di opposti rassicura, semplifica. Ci riporta quasi bambini davanti al Coyote che rincorre Beep Beep, per una citazione cinematografica attuale. Siamo strutturati come tifosi: due squadre in campo, una contro l’altra, e noi ben posizionati a favore di e contro a.
Forse è anche per questo che in questi giorni stranisce, colpisce, forse inquieta, la proliferazione dei candidati/e a Sindaco/a di Milano per l’area del centrosinistra (o contro il centrodestra, forse categoria più inclusiva). Siamo a sei auto-dichiarati, ma forse altri/e arriveranno. Sono tra quelle che, un po’ nervosamente, aspettano la sintesi di questa moltitudine, per far convergere su un unico nome aspettative e speranze.
Ma forse è proprio questa attesa che dovremmo imparare a tollerare. Quello che mi colpisce è quanto velocemente la nostra mente chieda una sintesi, una forma già compiuta, un nome nel quale far confluire tutto. Vorremmo saltare direttamente dal molteplice all’uno per sederci negli spalti e fare il tifo. L’antropologo Victor Turner ha chiamato "liminalità" quello spazio di soglia in cui non si è più ciò che si era, ma non si è ancora diventati ciò che si sarà. È una condizione provvisoria, ambigua, nella quale le forme abituali vengono sospese.
Siamo troppo abituati al singolo eroe, all’epopea individuale. Così ciascuno di questi candidati posta un video in cui dice la sua: spesso cose simili a quelle che dicono gli altri — e meno male — ma cercando di trovare una propria originalità, una propria differenza. E se fosse invece una scorciatoia della psiche quella di cercare la sintesi in un’unica persona? Se la democrazia, a cui tanto teniamo, fosse proprio questo: più voci, più teste, più partecipazione?
Molte persone che vogliono governare una città sono un buon segno che ci chiede di rimettere in gioco le nostre menti stanche, quelle che cercano ovunque un leader a cui affidare le speranze di un cambiamento (cosa abbiamo fatto da cittadini per promuovere il cambiamento che vogliamo?), salvo poi liquidarlo a fine mandato con un senso di delusione (ribadisco la domanda precedente). La cittadinanza non è essere spettatori ma è un'azione quotidiana. Mentre aspettiamo la candidato/a a cui delegare l'attuazione della nostra visione di città siamo già parte del cambiamento.

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