La paura di chiedere scusa
Chiedere scusa non è un gesto spontaneo, ma una scelta. Dal colonialismo britannico a quello italiano, il difficile confronto con le responsabilità storiche, tra scuse ufficiali, risarcimenti e restituzioni

I bambini non chiedono scusa spontaneamente e per spontaneamente intendo quel movimento autonomo che li porta ad alzarsi in piedi, cercare il cibo, lallare, fare la cacca e la pipì e provare emozioni.
«Si dice grazie, si chiede scusa, si saluta»: il breviario delle formule sociali di base viene insegnato spesso in modo pedante, un po' come le tabelline. L'apprendimento consiste nel riconoscere il contesto: se per sbaglio o intenzionalmente dai una spinta a un compagno, devi tornare da lui e chiedere scusa; quando la zia ti offre un gelato, si dice grazie; quando l'amica della mamma ti saluta, si risponde. Niente di tutto questo esce spontaneamente dalla bocca, come invece accade per una risata o un pianto. Persino un adulto come Fonzie, nel telefilm Happy Days, faceva una gran fatica a pronunciare la parola «scusa».
Che cosa succede quando a dover chiedere scusa è un'intera società? Quando quella società, secoli prima, ha commesso crimini contro l'umanità, depredando risorse e costruendo la propria ricchezza sulle colonie occupate militarmente? Quando scade il tempo per chiedere scusa? Ci vogliono secoli? Millenni?
Il tema delle scuse pubbliche accompagna in queste ore il viaggio di re Carlo III, capo del Commonwealth, ad Antigua e Barbuda, dove è in corso la riunione dei capi di governo dei 56 Paesi membri, quasi tutti appartenuti all'ex Impero britannico. In questo contesto, i rappresentanti delle ex colonie hanno chiesto più volte scuse pubbliche e risarcimenti per le violenze subite durante la tratta degli schiavi, quando, tra il XVI e il XIX secolo, circa 3,2 milioni di persone furono deportate dall'Africa verso le Americhe. Re Carlo III è l'erede di una monarchia che deteneva l'autorità politica ai tempi della schiavitù.
In attesa di capire come se la caverà il sovrano – che per il momento ha sfoggiato una cravatta lilla, sdrammatizzante, decorata con delle zebre – un passo importante sembra essere quello compiuto dal premier britannico Andy Burnham. In una dichiarazione rilasciata al Guardian qualche giorno fa, Burnham si è detto pentito per il dolore e la sofferenza inflitti a milioni di persone e disponibile ad ascoltare le richieste di scuse formali. «Offriamo un dialogo strutturato con le persone colpite dalla tratta transatlantica degli schiavi. Ascoltare le richieste di scuse formali a nome dello Stato britannico sarà una parte importante di questo processo, e sono aperto a questa possibilità», ha dichiarato.
Nelle righe successive, però, ha chiarito che non c'è spazio per accogliere le richieste di compensazione finanziaria. Le sue parole, insieme all'atteso discorso pubblico di re Carlo III, sono entrate nel dibattito perché sollevano questioni che riguardano molte nazioni. Sempre sul Guardian, Olivette Otele riflette proprio in questi giorni sui diversi modi in cui è possibile chiedere scusa. Tra questi c'è, per esempio, la restituzione del maltolto: opere d'arte – come non citare almeno metà del Partenone custodita al British Museum? – gioielli, interi monumenti. Chiedi scusa e restituisci ciò che non è tuo: si insegna anche ai bambini.
In questi giorni arriva in Italia il regista Haile Gerima, per presentare Black Lions – Roman Wolves, film sulla resistenza etiope al colonialismo italiano fascista. Per quelle atrocità nessuno Stato italiano ha mai formulato vere e proprie scuse ufficiali.
Nel 1997, durante la sua visita ad Addis Abeba – il primo viaggio di un capo di Stato italiano in Etiopia – il presidente Oscar Luigi Scalfaro riconobbe le responsabilità italiane, dichiarando: «Il lavoro degli italiani si mescolò a quello del popolo dell'Etiopia, ma si trattava di una fraternità che partiva dalla costrizione e non da una libera scelta». In quell'occasione assunse anche l'impegno solenne di restituire l'obelisco di Axum: una stele alta 22 metri, trafugata dal regime fascista nel 1937 dall'antica capitale etiopica e portata a Roma, dove fu collocata davanti all'allora Ministero dell'Africa italiana, oggi sede della FAO. L'obelisco fu restituito nel 2005.
Da allora antropologi e storici continuano a ricostruire un pezzo di storia italiana ancora largamente ignorato nei programmi scolastici: da Barbara Sorgoni ad Angelo Del Boca, da Nicola Labanca a Francesco Filippi. Riconoscere quanto è avvenuto, trasformarlo in una narrazione condivisa, smettere di negarlo. Ce la farà re Carlo III, con quella cravatta lilla e le sue zebre? Possiamo farcela anche noi. Perché chiedere scusa non è un gesto spontaneo: è qualcosa che si impara. E, soprattutto, che si decide di fare.
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