La paura del data center nel giardino

A Milano cresce la protesta contro i data center. Tra impatto ambientale, interessi economici e sviluppo dell’intelligenza artificiale, una riflessione sulle contraddizioni del nostro rapporto con la tecnologia
Google preferred source
October 21, 2026
La paura del data center nel giardino
A Milano sono state settimane di mobilitazioni, anche a proposito dello sviluppo dei data center. Dove oggi hanno scioperato i lavoratori della Scala, a pochi metri da dove venerdì si è tenuto lo sciopero per il clima organizzato dai Fridays Future, si era svolto appena pochi giorni prima il primo presidio nazionale dei comitati No Data Center.
Perché di nuovo Milano?
Perché il territorio è propizio da tanti punti di vista: connettività tecnologica, aziende con capitale, competenze, presenza di acqua, ampi terreni agricoli e aree dismesse utilizzabili allo scopo. Aziende multimilionarie del tech che contrattano con amministratori di comuni considerati «fuori» dal grande centro cittadino, spesso alle prese con problematiche sociali importanti da gestire con scarsi fondi pubblici. Come rifiutare un introito così sostanzioso?
Il dibattito sullo sviluppo accelerato di queste nuove entità mi ha appassionato moltissimo perché, come molte questioni, tiene insieme il piano globale del mancato contenimento dello sviluppo dei capitali del turbo capitalismo tecnologico (un nome un po' fumettoso, ma rende l'idea) e quello degli impatti ambientali, omettendo quasi completamente una riflessione sull'uso che l'umano fa delle tecnologie che portano a questi investimenti.
Una storia che tiene insieme, nella nostra percezione, il messaggio WhatsApp che potevamo serenamente evitare di inviare ed eventi epocali come la siccità, mentre si preparano a sorgere queste nuove città di medie dimensioni, almeno in termini di consumo energetico. Tutto sta insieme: l'indignazione verso i grandi capitali quando arrivano nei nostri territori e anche quel laboratorio civico dei comitati locali, basato sul dialogo tra ricerca accademica e cittadini.
Per un'antropologa è molto interessante osservare come questo dibattito si basi su polarizzazioni: finanza, ambiente, politica, protagonismo locale. Entità tutte separate, come in un teatrino.
Fioccano i titoli dei giornali e i convegni. I primi si differenziano dai secondi perché sono sempre pieni di urgenza e apocalisse. I secondi, un poco più pacati, cercano una sintesi della complessità, rappresentando i vari attori in campo.
A uno di questi ho partecipato anch'io: era organizzato dalla società Inventolab e dedicato all'etica dell'AI. Il panel dei relatori e delle relatrici era così costruito: una funzionaria del Comune di Milano (il primo comune ad essersi dotato di un manifesto per l'uso critico dell'AI), un'avvocata parte del CDA di alcune grosse aziende private, un ricercatore di Cambridge che lavora sui temi dell'impatto ambientale, un avvocato che segue le società benefit e un prete della Diocesi di Milano.
Eccole qui, le istituzioni sociali di questo Paese, ho pensato: Don Camillo, Peppone, il colto e il ricco (oggi con una maggiore presenza femminile, fortunatamente).
Forse, per una fatica che sento sempre di più nel reggere il carico di queste continue urgenze quotidiane su cui prendere posizione — i genocidi, il carovita, la repressione, il razzismo, la violenza di genere, eccetera — ho sviluppato dei meccanismi di difesa.
È sempre successo: abbiamo sempre avuto paura delle tecnologie. Che la fotografia rubasse l'anima, che la radio fosse paranormale, che la TV ci rincretinisse (e così è stato) e che l'AI oggi ci distrugga tutti.
Proiettare fuori il male, intestarlo a qualcun altro, meglio se si tratta di un algoritmo senza voce. Costruire enormi castelli per poi non trovare più la via d'uscita.
Sono tempi faticosissimi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire