La paura del lavoro
Crisi del lavoro, salari bassi e IA mettono in discussione l’identità costruita attorno alla professione. Forse è tempo di smettere di chiedere «che lavoro farai?» e immaginare nuove domande sul futuro.

Nel suo saggio Le grandi dimissioni, la sociologa Francesca Coin analizza le dinamiche degradanti del mondo del lavoro contemporaneo come causa del crescente numero di dimissioni registrato dopo la pandemia da Covid-19. Quasi 50 milioni di persone hanno lasciato il lavoro negli Usa nel 2022 e questi dati raccontano un'insoddisfazione globale e strutturale. Solo il 4% della popolazione italiana si dice soddisfatta del proprio lavoro (il dato più basso a livello europeo); nel restante 96% crescono coloro che attuano modalità protettive di sopravvivenza: disinvestono energie rifiutando le logiche performative (quiet quitting), si rifiutano di fare straordinari non pagati e di essere reperibili fuori dall'orario di lavoro.
Alcuni settori più di altri sono particolarmente fragili in termini di salari e continuità lavorativa: la ristorazione, la sanità pubblica, la scuola, il retail e il lavoro culturale. Coloro poi che si occupano dei mestieri della cura — educativa e assistenziale — hanno stipendi così bassi da intaccare anche il più granitico spirito di servizio. Come annotava l'antropologo David Graeber nel suo celebre Bullshit Jobs, viviamo nel paradosso per cui «più il lavoro di una persona va a beneficio degli altri, meno è probabile che venga pagato adeguatamente».
Nel frattempo, molte mansioni operative vengono sostituite dall'intelligenza artificiale, rendendo ancora più confuso il panorama. A seconda delle mattine, i media riportano scenari apocalittici (l'IA ci ruberà il lavoro e distruggerà l'umanità); oppure, in altre mattine, gli stessi giornali si scagliano contro gli scarsi investimenti europei nello sviluppo della tecnologia che, il giorno prima, era stata raccontata come una sciagura. Non è facile destreggiarsi, orientarsi, salvarsi.
In questo contesto, come nota ancora Francesca Coin, siamo immersi in una retorica che imputa la mancanza di manodopera a un presunto cambio di sensibilità sociale, anziché alla mancanza di disponibilità a farsi sfruttare. Si spende raramente una parola sulle dinamiche di sfruttamento che rendono la distanza l'unica possibilità per mettersi al riparo. Il problema sono le condizioni lavorative, non la motivazione delle persone, ma il dibattito pubblico continua a capovolgere la realtà.
Così ripensavo alla classica domanda che poniamo ai bambini e alle bambine: «Cosa vuoi fare da grande?». Continuare a porla con la stessa disinvoltura del secolo scorso significa fingere che il paesaggio attorno a noi non sia cambiato. Ma se i mestieri della cura non garantiscono la sopravvivenza e le mansioni operative vengono delegate alle macchine, che spazio di immaginario resta e perché continuare a indirizzare il desiderio verso il lavoro?
Proviamo a immaginare altre domande: Dove vorrai vivere da grande? Quante lingue ti piacerebbe imparare? Che paura vorresti superare crescendo?
Così come quando incontriamo una persona nuova, invece di chiedere «Cosa fai nella vita?» — intendendo, di fatto, che lavoro fa — inventiamo nuove domande: «Qual è l'ultimo concerto che hai visto?», «Hai mai desiderato di vivere in un altro periodo storico?».
Forse così impareremo ad avere meno paura di prendere le distanze da quell'io lavorativo che è sempre più motivo di disagio.
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