Milano, Gotham City e le vetrine infrante

Quanto c'è di specifico nelle rivolte di Milano (con relative paure a monte e a valle) e quanto, invece, assomigliano a qualcosa che sta accadendo anche in giro per il mondo?
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October 28, 2026
Milano, Gotham City e le vetrine infrante
Demonstrators attend a spontaneous demonstration against the rising cost of living, a week after protests ended in clashes and looting in northern cities, in Milan, Italy October 24, 2026. REUTERS/Claudia Greco TPX IMAGES OF THE DAY
Molto è stato scritto sulle rivolte giovanili a Milano, molto si dirà ancora, spero, sulla risposta spesso maliziosa e interessata della politica che, alla vigilia delle elezioni politiche e amministrative, ha tutto l'interesse a mettere in scena un commissariamento militare della città per spingere un cambio di rotta. Di nuovo Milano come Gotham City, senza neanche Batman e Robin, ma con 500 militari. La Costituzione, fortunatamente, non affida loro compiti ordinari di polizia. Una deterrenza visiva che costa risorse che, come alcuni fanno notare, si potrebbero investire in presidi sociali più che militari. C'è però una domanda che mi interessa particolarmente: quanto c'è di specifico nelle rivolte di Milano (con relative paure a monte e a valle) e quanto, invece, assomigliano a qualcosa che sta accadendo anche in giro per il mondo? Per provare a capirlo sono tornata a disturbare un antropologo, Adriano Favole (Università di Torino), che qualche mese fa convocammo in radio ai tempi delle rivolte a Nouméa (Nuova Caledonia), nel Pacifico.
Allora cercavamo di comprendere cosa stesse succedendo in quel pezzo remoto di Unione europea (eh sì, laggiù è Francia). Ci mettemmo in contatto con una ricercatrice segnalataci dal professor Favole, che raggiungemmo mentre era al sicuro in casa durante un coprifuoco. Mentre continuiamo a citare rivolte simili in altre città europee — Parigi, Marsiglia, Madrid, Bruxelles — il remoto Pacifico ha anticipato la vecchia Europa.
Che idea si fa un antropologo davanti a quello che sembra un «format» globale di rivolte giovanili? Quanto si possono intravedere caratteristiche comuni?
Sono rimasto molto colpito dalla somiglianza tra quanto accaduto a Milano e quanto vidi un paio di anni fa in Nuova Caledonia, un lontano Territorio francese d'Oltremare nel Pacifico dove, era maggio del 2024, una estesa rivolta giovanile mise a ferro e fuoco la città di Nouméa. Anche se il fattore scatenante è diverso (la presenza in un caso di un corteo anti-coloniale, le proteste per la scuola e contro il caro-vita a Milano), il format è lo stesso: giovani, anzi giovanissimi per lo più minorenni, spesso "protetti" nei loro cappucci, autoconvocati sui social che prendono di mira in primo luogo le vetrine. Non è un caso: i marchi internazionali, popolari più che d'élite, sono il simbolo di una società che propone loro un modello unico di persona. Un modello che potremmo sintetizzare in produzione, guadagno, iper-consumo. Un solo modello da cui i giovanissimi delle classi marginali o del cosiddetto ceto medio impoverito si sentono tagliati fuori. Le vetrine sono oggetti d'odio e di attrazione. Si rompono e si saccheggiano. Quelle e quei ragazzi in un certo senso sono molto "integrati" perché la pubblicità, la rete, gli influencer hanno inculato loro un'idea di essere umano consona al capitalismo globale: salvo che, come capiscono ben presto, a loro rimarranno le briciole del consumismo. Ecco perché è inutile puntare il dito sulle seconde generazioni o sugli stranieri o sugli italiani "viziati". Non c'è una categoria omogenea di rivoltosi. E' la rabbia contro il non-senso, è una richiesta disperata di orizzonti di futuro.
L'indignazione collettiva ha sottolineato l'effetto distruttivo delle rivolte sulle «cose», come se queste avvenissero in un campo sociale neutro e privo di responsabilità. L'antropologia ha analizzato a lungo i diversi tipi di violenza sociale e le condizioni in cui emerge. Perché ci indigniamo davanti alla violenza sulle cose e meno davanti alla violenza strutturale del contesto sociale?
Questa espressione, "violenza strutturale" è molto adeguata a quanto avviene. Siamo una società violenta in modo sistematico e quotidiano contro l'ambiente, violenta contro intere categorie di persone che emargina, violenta perché impedisce la manifestazione pubblica del dissenso (ricordiamoci che molta parte degli organi di informazione sono ormai impermeabili alla critica politica). La violenza è "strutturale" quando non c'è modo di sfuggirvi: ed è questa la sensazione dei giovani rivoltosi, l'impossibilità di uscire dalla condizione marginale. Sono e si sentono dei "fuori luogo". Cosa possiamo fare? Abbiamo bisogno di politiche di inclusione, di giustizia economica e sociale, di finanziare di più la pubblica istruzione, di incoraggiare il dibattito democratico, di portare saperi e pensiero nei territori, soprattutto quelli più marginali.
E i cambiamenti che queste manifestazioni hanno ispirato?
Qui c’è una nota ancora più negativa: le rivolte giovanili in gran parte del mondo hanno aperto la strada a governi ancora più repressivi e di destra. A meno che un ampio fronte politico non decida di andare alla radice del disagio. Resta una contraddizione difficile da sciogliere. Le vetrine infrante sono visibili, fotografabili, contabili. La violenza che precede quelle vetrine, invece, è più difficile da raccontare: non ha un momento preciso in cui esplode, non produce immagini altrettanto immediate, non ha sempre un responsabile a cui attribuire la colpa.
Anche i giovani sembrano essere protagonisti di una nuova stagione di proteste transnazionali: dall’India al Kenya, dalla Serbia all’Unione Europea, rivendicano rappresentanza politica, investimenti nell’istruzione e, soprattutto, la possibilità di immaginare e costruire il proprio futuro. Eppure, i dati sembrano raccontarci una dinamica trasversale: una classe dirigente sempre più attenta al peso elettorale delle fasce demografiche più anziane, a fronte di investimenti insufficienti e di un accesso limitato al potere da parte delle generazioni più giovani. Fino a che punto, oggi, la categoria di “giovani” identifica una fascia d’età e quanto, invece, definisce una condizione di marginalità sociale e politica?
I giovani e giovanissimi sono marginali e marginalizzati perché non hanno un peso politico ed elettorale e soprattutto perché sono per lo più lontani anni luce dall'idea di vivere in mondi chiusi e autoreferenziali, identitari e securitari. Quando, attraverso la scuola, l'università e i percorsi di cittadinanza attiva maturano un pensiero critico e consapevole, sono loro stessi a estendere la protesta e il loro essere "giovani" alle altre categorie marginali della società. Sono gli unici a protestare contro le guerre e i massacri, contro il saccheggio delle risorse dell'ambiente, per i diritti dei migranti e di tutti noi. Se confrontiamo quanto avviene oggi con altre società e altre epoche siamo davanti a una situazione piuttosto paradossale: le vecchie generazioni al potere vivono nel qui e ora dei loro privilegi, mentre le manifestazioni giovanili riportano i temi del dibattito alla responsabilità e al futuro. La saggezza oggi ha il viso di un giovane arrabbiato perché vecchi dissoluti che si credono giovani negano loro il pensiero del domani.

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