Storia di Abeba, che ha imbracciato le armi per salvarsi
di Fabio Carminati
La giovanissima tigrina ha abbandonato scuola e sogni di diventare una calciatrice professionista per combattere, dal 2000 al 2022, il conflitto con l’Etiopia. Ora i venti di guerra hanno ricominciato a soffiare

«Ho perso tutto», racconta alla radio Abeba. Oggi ha 22 anni e prima della guerra era una promettente stella del calcio. Dall’età di sette anni giocava nella squadra femminile della “70 Enderta” e lo ha fatto fino a diciassette. Si considerava una «femminista» ed era convinta che le donne dovessero avere pieno accesso allo sport. Abeba era anche una studentessa brillante: aveva i voti migliori di tutto il corso di informatica nella principale città del Tigrai, Macallè, e una visione molto chiara del suo futuro.
Poi però il suo mondo si è fermato bruscamente. Prima è arrivato il Covid, che le ha fatto interrompere gli studi, poi è scoppiato il conflitto. «Non ne ho mai capito le ragioni, perché sapevo quello che avevano passato i miei genitori», ricorda. Sua madre e suo padre portavano ancora i segni della lunga e brutale deflagrazione terminata nel 1991, quando il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai rovesciò l’allora leader dell’Etiopia Mengistu Haile Mariam. Da quel momento, il Fronte ha poi dominato il governo federale fino al 2018 quando, dopo grandi manifestazioni contro il suo esecutivo repressivo, l’attuale primo ministro etiope Abiy Ahmed è entrato in carica.
Il dramma per il popolo del nord dell’Etiopia è cominciato proprio allora. Il Fronte, riassunto dall’acronimo inglese Tplf, si è ritirato nella sua roccaforte nel Tigrai. Lo scontro era solo questione di tempo. Due anni dopo le schermaglie, le piccole sparatorie al confine tra il nord e la zona federale sono diventate un conflitto feroce. Una “guerra civile” dicono semplicisticamente alcuni, dietro cui si nascondevano e si nascondono enormi interessi esterni. A quel punto, per Abeba, come tante altre sue coetanee, prendere le armi non è stata una scelta: «È stato quasi un dovere ereditato», dice. E spiega di essere cresciuta in una famiglia profondamente legata alla storia del Tplf. L’hanno educata ascoltando i racconti dei sacrifici del padre, che 50 anni prima aveva combattuto contro il regime di Mengistu. Patriottismo e impegno facevano parte della sua identità.
Ma la decisione di unirsi al braccio armato delle Forze di difesa del Tigrai è stata - ammette a bassa voce - anche una risposta disperata alla paura di essere violentata, dopo aver sentito parlare degli abusi dal “nemico”. «È stata tutta la situazione a costringermi a combattere». E senza soluzione di continuità l’entusiasmo dello sport ha lasciato il posto alla brutalità quotidiana dei combattimenti. Quando sono finiti, due anni dopo e 600mila vittime dopo, la pace che Abeba si aspettava non è arrivata. E’ iniziata allora la sua nuova battaglia per tornare in famiglia, fra i banchi e in campo. «Sia il mio corpo - ammette - sia la mia mente sono traumatizzati». Abeba si sente isolata, non compresa da chi non ha vissuto la sua esperienza. Non sa ancora che è quello che ogni combattente prova al ritorno nella “normalità” e che spesso si trasforma in disturbo permanente. Alla fine della Prima Guerra mondiale li chiamavano gli “scemi di guerra”, oggi il disturbo post-traumatico da stress viene curato e si guarisce, dopo incubi ricorrenti, snaturamento, alterazioni dell’umore, incomunicabilità. Un ciclo di dolore e tensioni: litigi con i familiari, lavori lasciati e pianti in solitudine.
«Solo ora capisco il carattere di mio padre, la sua rabbia permanente e profonda. Comprendo perché non è mai più uscito da quello stato». Anche la concentra per realizzare arrivare al sogno della vita – diventare una calciatrice professionista - pian piano è svanita. All’inizio ha provato a tornare ad allenarsi ma il peso degli «anni sprecati» ha reso impossibile recuperare il livello di prima. Così, per trasformare il dolore in spinta per andare avanti, Abeba ha cominciato a lavorare come giornalista e ha ideato “Wegahta”, un progetto femminile per fare da guida a 30 giovani calciatrici. Sperava di aiutare la nuova generazione di giocatrici, ma le difficoltà finanziarie hanno fermato l’iniziativa.
«Forse sto facendo tutto questo per trovare un posto dove nascondermi». La giovane si aggrappa alla speranza di riprendere le file della propria esistenza. Ma una nuova paura la paralizza: il terrore che la guerra scoppi di nuovo. Alla fine di gennaio sono stati segnalati brevi scontri tra truppe federali e combattenti tigrini che chiedono la restituzione delle aree occupate dalla vicina regione Amhara durante il conflitto. Raid di droni hanno colpito in profondità il territorio del Tigrai e i voli regionali sono stati sospesi per giorni e giorni. Nel mentre le parti si scambiamo accuse. I tigrini sostengono che il governo di Addis Abeba abbia già schierato truppe a nord, vicino ai confini del Tigrai, in preparazione a un attacco imminente, mentre Abiy incolpa il gruppo di usare fondi statali per mantenere le proprie forze.
«In questo momento vedo paura ovunque, la paura di un’altra guerra», ammette sconcertata Abeba. Ma giura che lei, questa volta, non si trasformerà ancora una volta in carne da cannone.
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