Nelle carceri del Salvador i conti non tornano
di Fabio Carminati
Il governo del presidente Bukele ha rinnovato per ben 48 volte lo stato di emergenza contro la criminalità organizzata. Ma oltre 33mila arrestati, su quasi 92mila, non avrebbero mai avuto contratti con le gang

“Il rapporto tra il presidente statunitense Donald Trump e quello di El Salvador, Nayib Armando Bukele Ortez, è pari a quello che lega un’industria inquinante all’azienda che ne smaltisce gli scarti”. Chiaramente lo sostengono i detrattori, di uno o dell’altro capo di Stato, perché nella realtà il “contratto” è del tutto regolare. O almeno così sembra. In realtà l’America di Trump ha trovato nel salvadoregno il principale alleato a sud del Rio Bravo.
Sui media, nella primavera scorsa, sono comparse le immagini dei detenuti incatenati e deportati dagli Stati Uniti nel famigerato carcere del Cecot, il “buco nero dei diritti umani”. Il Centro de confinameto del terrorismo è stato inaugurato da Bukele nel 2023 per ospitare fino a 40mila membri delle maras, come in Salvador sono chiamate le bande. Là, secondo un’inchiesta del New York Times, l’Amministrazione Usa avrebbe pagato 5 milioni di dollari a piccolo vicino centramericano per incarcerare più di 200 venezuelani che vivevano negli Stati Uniti. Non solo. Il governo americano avrebbe deportato anche alcuni prigionieri di “particolare interesse” per il presidente salvadoregno, ovvero alcuni leader della MS-13 – la Mara Salvatrucha, gang principale insieme alla Mara Barrio 18 - già detenuti negli Usa. Quegli esponenti cioè che avrebbero potuto confermare i contatti tra Bukele e gang, la cui interruzione avrebbe causato l’accanimento del leader.
In quello stesso Cecot e nelle altre carceri del Paese più piccolo d’America, nel frattempo, centinaia dei “molto presunti mareros” – cioè esponenti delle bande – pescati nel mucchio, sono morti dietro le sbarre. Santos Navarro, ad esempio, era solo un “paro”, che nel gergo delle gang identifica chi svolge occasionalmente favori senza detenere alcun ruolo o potere all'interno dell'organizzazione criminale. Almeno così ha riferito la polizia alla famiglia, quando chiedeva incessantemente notizie.
Eppure, solo nel febbraio 2022, un mese prima dell'inizio dello stato di emergenza nel Salvador, il suo nome non figurava nella lista dei “banditi” aggiornata regolarmente della polizia. Ciò non ha impedito che, il 6 luglio 2023, agli agenti di buttare all’aria la sua bancarella di frutta e verdura al mercato di Santa Tecla, dove lavorava da undici anni. Arrestato, è letteralmente scomparso in un carcere di massima sicurezza. Per i parenti, quel fermo non è stato frutto di alcuna indagine, ma di una semplice soffiata anonima. Navarro è morto in prigione un anno dopo per complicazioni legate al diabete. I familiari accusano le autorità di non avergli fornito le cure mediche necessarie, portandolo alla perdita di due dita del piede destro e poi alla morte.
Come Navarro, nei quattro anni di stato di emergenza, le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato quasi 7mila denunce di arresti arbitrari di persone non affiliate a gang. Ma tale dato potrebbe dovere essere moltiplicato per cinque. Il governo di Nayib Bukele ha rinnovato il suo controverso stato di emergenza per ben 48 volte - 45 mesi, quasi quattro dei sei anni di mandato di Bukele - promettendo di non fermarsi finché non sarà catturato l'ultimo “marero”. In base ai dati emersi da tre rapporti di intelligence, dovrebbe averlo già fatto. Secondo questi ultimi, gli esponenti delle gang prima del giro di vite erano 58.270. Fino al 25 marzo, però, le autorità ne hanno catturato almeno il doppio: 91.628. Tra loro voci critiche nei confronti del governo come l'avvocata Ruth López, il costituzionalista Enrique Anaya e altri attivisti arrestati per aver protestato davanti alla residenza presidenziale. Nelle carceri salvadoregne, dunque, sono finiti 33mila presunti mareros in più di quelli ritenuti tali dalle stesse forze di sicurezza.
Quasi 500 di loro sono morti in custodia dello Stato prima di arrivare a processo, secondo la più accreditata organizzazione salvadoregna, il “Socorro jurídico humanitario”. E la cifra, contando gli scomparsi, potrebbe raggiungere quota 1.300. Il 31,8% è deceduto a causa di violenze, mentre un numero simile per mancanza di assistenza sanitaria. Il 94% di loro non apparteneva a bande criminali. Tra loro figurano quattro pastori evangelici cinquantenni, tre sindacalisti di diversi settori e donne fino a 74 anni. Il rapporto evidenzia il caso di una neonata la cui nascita è stata indotta dalle torture subite dalla madre incinta in carcere e quello di una bambina di quattro anni morta di polmonite contratta in prigione.
La maggior parte dei decessi (40,9%) è stata registrata nel carcere di “media sicurezza” di Izalco, seguito dal centro La Esperanza, noto come Mariona (18,9%). Il famigerato Cecot, divenuto simbolo della propaganda governativa e aperto ai media internazionali, risulta meno letale. Ed è proprio sul Cecot che il cerchio si chiude su Donald Trump affermano dal fronte dell’opposizione a Bukele, “paladino” (secondo loro) del piano della Casa Bianca di riportare l’America Latina sotto l’influenza statunitense con la rivisitazione della Dottrina Monroe, il cosiddetto Corollario Trump. Perché anche lì, dopo rivoluzioni, guerre civili e stragi, la storia non si vergogna ancora di ripetersi.
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