Nascere in Guinea Bissau costa 70 giorni di lavoro
di Fabio Carminati
Oltre la metà della popolazione è in povertà assoluta e la Sanità è ormai ridotta a pezzi dalla mancanza di fondi: è per tutti, ma solo chi può pagare riceve assistenza adeguata

Venire al mondo a Bafatà, nel centro del centro della Guinea Bissau, costa quasi tre stipendi. Nel piccolo pronto soccorso Aissato ha le contrazioni, sempre più frequenti. Ma spera in cuor suo che il parto sia naturale, che non serva un cesareo. Altrimenti il prezzo salirebbe a 70mila franchi Cfa (poco più di 100 euro), più del doppio del salario di un operaio specializzato. E in un Paese in cui, secondo la Banca mondiale, oltre la metà della popolazione vive in povertà estrema, diventa un lusso che non tanti si possono permettere. Aissato ha 26 anni ed ha appena terminato gli studi. Per lei pagherà la sorella Addiato, venditrice al mercato: guadagna mille franchi al giorno, l’equivalente di un euro e mezzo. Ci vorranno almeno 70 giorni di lavoro per riguadagnarli. Per il nipote, il terzo figlio di sua sorella Aissato, però, questo e altro.
Amilcar Cabral, nato proprio a pochi passi dall’ospedale da una famiglia di immigrati di Capo Verde, sarebbe deluso dalla “sua” Guinea, per la cui libertà ha combattuto negli anni Settanta. Il “padre” dell’indipendenza sognava una nazione per tutti. Nel Paese che ha aiutato a nascere, perfino venire alla luce è un lusso. L’assistenza sanitaria è sì gratuita, ma non è accessibile alla gran parte dei cittadini. La mancanza di fondi l’ha “privatizzata” di fatto. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, il 74,5 per cento dei costi per la salute è oramai a carico dei pazienti stessi. Tanti, dunque, sono costretti a rinunciare ai servizi essenziali. Gli abitanti di Bafatá arrivano al centro medico con i portafogli pieni. Vanno per le visite. Pagano. Fanno gli esami. Pagano. Comprano le medicine di cui hanno bisogno e le pagano. Ammalarsi è una catastrofe economica. Come nel resto del Continente africano. I medici e gli infermieri si lamentano di essere stati abbandonati dal governo, molti lavorano facendo straordinari non retribuiti. E c’è carenza di risorse e di personale.
L'infermiera accompagna Aissato: attraversano la struttura, passando per il reparto maternità e il cortile, fino a raggiungere la sala operatoria. Sono passate due ore da quando è arrivata in ospedale con le contrazioni. È tranquilla perché non è la prima volta che deve affrontare l’intervento. L'équipe lavora velocemente: alcuni preparano il letto, altri somministrano l'anestesia e altri ancora si occupano degli strumenti. Nonostante le difficili condizioni, si impegnano al massimo per curare nel modo migliore possibile. Aissato poco dopo abbraccerà il terzo figlio, con accanto a lei Addiato, che di figli non ne ha potuti avere ma ha già aiutato la sorella a tirare su gli altri due.
Ha atteso in silenzio fuori dalle porte appena riverniciate di bianco in compagnia di Ibrahima, dall’aria preoccupata. Era arrivata con un taxi dal paesino con in braccio la figlia. Non riusciva a spiegarsi che cosa non andasse nella bambina. Surure si contraeva e faceva smorfie per la nausea. Inciampava in qualche parola di portoghese, poi tornava al creolo, in cui la lingua dei colonizzatori si fonde con espressioni degli oltre trenta ceppi linguistici della Guinea Bissau.
Ma Surure era soprattutto terrorizzata dagli aghi, per questo la mamma le stringeva forte la mano mentre l’infermiere cercava la vena. Un test delle immunoglobuline e un esame del sangue per escludere infezioni è la routine. Dopo aver aspettato poco più di un'ora è arrivato il verdetto: polmonite. Tra il taxi per l'ospedale, la visita, gli esami e i farmaci, le spese mediche ammontano a 6.650 franchi (10,14 euro). Ibrahima fa lavoretti saltuari. Guadagna, in media, 2mila franchi al giorno: la visita vale tre giorni di stipendio.
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