
La notte di Natale dell’anno scorso, la famiglia di Fernanda si preparava alla tradizionale cena della vigilia nella casa di Oaxaca, in Messico. Come ormai da quattro anni uno dei posti a tavola sarebbe rimasto apparecchiato, ma vuoto, perché suo padre non poteva tornare a casa. Perché dal 2021 era emigrato a nord, negli Stati Uniti: irregolare tra gli altri irregolari, una notte aveva varcato il confine per cercare un lavoro saltuario e mandare i soldi a casa alla famiglia rimasta sull’altopiano della Sierra Madre del Sud.
Quella sera, però, la ragazzina, dando un’ultima “scrollata” a TikTok, prima di scendere in sala da pranzo, è rimasta sconvolta: un video mostrava l’arresto di un immigrato in Alabama da parte degli agenti dell’Immigration and Custom Enforcement, la inquietante Ice. E uno dei detenuti con i lacci di plastica stretti ai polsi somigliava a suo padre. Il video portava la data del giorno prima e Fernanda si è precipitata dalla mamma a raccontarlo. La donna, per tentare di tranquillizzarla, ha cominciato a chiamare il marito sul cellulare: sapeva che a quell’ora stava a qualche incrocio di Birmingham a vendere mazzi di fiori e fazzolettini di carta. Ma poi, con il passare delle ore, il dubbio è diventato angoscia: il telefono era staccato. Senza notizie, senza sapere dove cercare informazioni e senza nessuno a cui rivolgersi, i giorni successivi hanno lasciato il posto solo alla certezza. La sicurezza di un destino comune ad altre migliaia di guatemaltechi, peruviani, salvadoregni o messicani senza un visto per il sogno americano: quello di finire nelle gabbie dei “buchi neri” della detenzione, nelle prigioni statunitensi dell’Ice appaltate a società di sicurezza private.
Fernanda a quel punto non ha potuto far altro che usare l’unico mezzo che scavalca i muri innalzati da Donald Trump con la collaborazione dei “Paesi amici dell’America”: il Web. Sempre su Tik Tok si è messa a cercare “come localizzare una persona detenuta dall’Ice…”. Ed è finita sul sito de “Las Güeras Aliadas”, letteralmente dal messicano “Le Bionde Alleate”. Racconta oggi Fernanda ai media statunitensi: “Sinceramente non ci speravo molto, pensavo fosse la solita truffa, che volessero fregarmi, chiedere soldi e poi sparire. Ma che avevo da perdere? Per questo ho lasciato comunque i miei dati sul modulo online. Ed è così che Devyn mi ha contattata su WhatsApp”.
Devyn Brown, insieme a Kathryn Coiner-Collier, gestisce dal novembre scorso Las Güeras Aliadas (inutile dire che le due donne sono bionde), un progetto per localizzare i migranti detenuti dagli agenti federali e rimetterli in contatto con le loro famiglie. L'idea è nata durante l'operazione anti-immigrazione messa in campo dall'Amministrazione Trump a Charlotte, nella Carolina del Nord, dove vivono. Circa 200 agenti della polizia di frontiera erano stati dispiegati in città in un'operazione durata fino a dicembre con un bilancio di oltre 400 arresti. Brown, insegnante di professione, e Coiner-Collier, assistente sociale, sono scese in piazza per protestare contro la presenza degli agenti e distribuire fischietti e opuscoli informativi sui diritti dei migranti.
Indignate per i raid e desiderose di aiutare quegli stranieri, hanno creato video informativi per i social. Coiner-Collier aveva una vasta esperienza nell'assistenza ai migranti in tribunale e conosceva il famigerato centro di detenzione di Dilley. Brown aveva esperienza nel lavorare con i latinoamericani. Entrambe avevano vissuto in Paesi dell'America Latina in diversi momenti della loro vita. Pochi giorni dopo, una donna honduregna le contattate per chiedere aiuto per ritrovare il marito arrestato. E’ stata la prima di molte. Nonché la constatazione delle difficoltà che gli stranieri incontravano nel rintracciare i propri cari arrestati dall'Ice.
Da lì la scelta. Avevano entrambe una famiglia, dei figli, un impiego ma non si sono scoraggiate davanti all’impresa. Perché sapevano di possedere due vantaggi fondamentali: essere cittadini statunitensi e parlare lo spagnolo. Due fattori importanti poiché gli ostacoli maggiori di chi vuole rintracciare i propri cari sono proprio la non comprensione della lingua, la paura di identificarsi (molti sono senza documenti) e la mancanza di un numero di telefono o di un conto bancario statunitense a loro nome. La maggior parte di coloro che si rivolgono a Las Güeras risiede all'estero. "Pensavamo di avere il potere di contattare le agenzie dell'Ice senza timore di ritorsioni e anche di poter comunicare in spagnolo. Era evidente che le persone avevano bisogno di questo servizio e abbiamo deciso di offrirglielo”, ha raccontato Coiner-Collier. Il resto lo ha fatto il passaparola sui social.
Da novembre, hanno aiutato circa 200 famiglie nella loro ricerca, offrendo sollievo a coloro che erano consumati dall'angoscia di non sapere dove si trovassero i propri cari o di non poter parlare con loro per sapere come stessero.
Las Güeras hanno imparato strada facendo. Il primo passo è localizzare il detenuto. La ricerca inizia sul sito web Detainee Locator Online (Odls), dove possono volerci giorni prima che i loro nomi compaiono. Se non hanno successo, provano con la Detention and Removal Information Line (Dril) e, se anche questo non funziona, contattano i vari uffici dell'Ice sparsi per il Paese, dove quasi mai riescono a parlare con qualcuno. Se sono fortunate e qualcuno risponde, è molto probabile che non si risolva nulla, come ha dimostrato Brown pubblicando il video di una di queste chiamate, diventato virale. Ma non le “Bionde” non si arrendono perché prima o poi gli “invisibili” emergono dall’oblio del sistema di sbarramento alzato dai funzionari, potenziati come numero e incentivati dal “sistema Trump”.
In questi mesi le due donne hanno ottimizzato i sistemi di ricerca, ricevuto aiuti da volontari e donazioni, che crescono di pari passo con i video condivisi sui social. Non più però su TikTok. Las Güeras lamentano che da gennaio, in seguito all'acquisizione del social dai cinesi, da parte di Michael Dell, proprietario di Oracle e miliardario amico di Trump, la visibilità dei loro filmati è crollata. Dove prima un loro post raggiungeva 20.000 visualizzazioni, ora non ne ottiene nemmeno 400, e alcuni video non ne ricevono affatto.
Molti sono certamente i “fallimenti”, anche se la pubblicità arrivata dal successo con sei Oscar di One Battle After Another (Una battaglia dopo l'altra) ha riacceso negli Usa e altrove i riflettori sui centri di detenzione dei migranti (One Battle After Another).
Las Güeras non mollano finché non possono fare ai familiari la chiamata più attesa: “Lo abbiamo trovato”. Sono state queste parole, pronunciate da Devyn Brown, a ridare la speranza a Fernanda e a suo padre. Dopo averlo rintracciato, le due donne gli hanno scritto fornendogli il numero di telefono al quale avrebbe potuto chiamare la figlia. Da quel momento in poi, le comunicazioni sono state quasi costanti fino alla deportazione in Messico, avvenuta il 5 marzo, dopo due mesi di reclusione forzata, mancanza di cibo e dei farmaci necessari per la sua ipertensione. Ora che il padre è tornato, la famiglia vive ancora a Oaxaca. Fernanda non perde la speranza, un giorno, di “incontrare Devyn per dirle tante cose”. Con una semplice parola che, come tutte quelle fondamentali di una vita è fatta di poche, inconfondibili, lettere: “Thanks”.
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