Quanto può costare una piccola formica?
di Fabio Carminati
Il traffico illegale delle formiche mietitrici giganti del Kenya alimenta un mercato milionario e invisibile, minacciando non solo una specie preziosa, ma l’equilibrio fragile della savana e delle comunità che la abitano.

Quanto può valere una piccola formica? Fino a 220 dollari americani. L’hanno scoperto da tempo i trafficanti illegali di animali selvatici in Kenya. Lì, nel cuore dell’Africa, in questo periodo le formiche mietitrici giganti sono in volo. Sta iniziando la stagione delle piogge e si possono osservare sciami che escono dalle migliaia di formicai sparsi tra le praterie brulle intorno a Gilgil, una tranquilla cittadina che vive di agricoltura nella feconda e instabile terra vulcanica della Rift Valley: da anni ciò che era un villaggio è diventato città e da mesi è invaso dagli sciami, non di insetti ma di trafficanti di queste piccole creature preziose.
Tra i fili d’erba che senz’acqua non superano il metro di altezza, si ripete il rituale secolare dell’accoppiamento: i maschi alati lasciano il formicaio per fecondare le regine, che si riconoscono per il loro colore rosso bruciato, in volo a loro volta richiamate da un istinto ancestrale. Sono loro il bersaglio, al centro di un sempre più fiorente mercato, soprattutto sul dark web ma anche in bella evidenza su chat e siti dedicati: sono destinate a finire in una prigione vetrata in qualche parte del mondo; un terrario trasparente e fuorilegge in cui poter osservare gli insetti costruire la loro colonia.
Posso arrivare anche a due centimetri e mezzo di dimensione, il loro nome scientifico più comune è Messor cephalotes e sono mietitrici perché raccolgono pazientemente, trasportano e accumulano ordinatamente i semi all’interno del loro formicaio. Per queste loro particolarità, che in Occidente entusiasma schiere di acquirenti illegali e senza scrupoli, alle aste online il valore di una regina rossa può arrivare anche a oltre 200 euro. L’insetto può creare un’intera colonia per più di dieci anni e contrabbandarlo è facilissimo perché gli scanner standard degli aeroporti non rilevano il materiale organico. Nella nazione africana più abituata a crimini più alto profilo contro la fauna selvatica, come il traffico di zanne di elefante o corni di rinoceronte soprattutto in Asia, l’esportazione illegale di insetti fino ad ora non ha preoccupato le autorità. Al punto che la raccolta di insetti non è vietata, basta solo ottenere un semplice permesso. Che nessuno ha però mai richiesto.
Inoltre, i primi arresti sono avvenuti solo pochi mesi fa. un gruppo di asiatici è stato condannato per biopirateria: rischiavano fino a dodici mesi di carcere ma se la sono cavata con una multa di 7.700 dollari pagata prima di imbarcarsi sul primo volo in partenza dall’aeroporto Jomo Kenyatta di Nairobi. Ma è solo la punta dell’iceberg quella che sta affiorando pian piano. Solo un mese fa un grosso carico di formiche, nascosto in cilindri di plexiglass imbottiti di cotone umidificato (che permette agli animali di sopravvivere anche due mesi). Oltre duemila regine rosse scoperte nel bagaglio di un cittadino cinese (si è scoperto poi si trattasse dell’ideatore della rete di contrabbando) che in pochi minuti era riuscito però a far perdere le sue tracce.
Numeri precisi sul commercio illecito non esistono, perché è venuto alla luce del sole solo da pochi mesi (dicono le autorità di Nairobi, ma si parla di un “giro d’affari già milionario”. Nonostante questo, la realtà è che attualmente nessuna specie di formiche è elencata nel Cites, il trattato globale sul commercio di specie selvatiche. E senza questa classificazione, “la portata del commercio internazionale è sottostimata e invisibile ai responsabili politici dei Paesi interessati”, come ha denunciato alla Bbc Sérgio Henriques, un ricercatore sul commercio globale di formiche.
La questione potrebbe far sorridere qualcuno, ma in realtà la portata è molto più ampia perché a rischio sono anche gli ecosistemi. E se il governo del Kenya sta regolamentando e incentivando l’allevamento delle formiche (che si rivela paradossalmente redditizio e soprattutto potenzialmente inesauribile” con tanto di linee guida sulla vendita legale), dall’altro le formiche mietitrici, la cui laboriosità è menzionata da Salomone nella Bibbia, sono anche fondamentali per l’ecosistema della Rift Valley del Kenya. Gli insetti spargono e mescolano i semi dell’erba sul terreno, preservando l’equilibrio naturale, presupposto, come Laudato si’ insegna, di quello sociale. Dino Martins, direttore del Turkana Basin Institute di Nairobi, è arrivato a dire: "Se dovessimo perdere tutti gli elefanti in Africa, saremmo devastati, ma le praterie continuerebbero a esistere. Ma se sparissero le formiche mietitrici e le termiti, la savana collasserebbe”. Insieme alle genti che grazie ad essa vivono, in primis i Masai, i più colpiti dal traffico di insetti.
C’è però un monito, se vogliamo più globalizzato e inquietante, che lancia invece il professor Zhengyang Wang dell’università cinese del Sichuan. L’entomologo ha redatto un singolare rapporto sul commercio in Cina delle formiche, studio che ha analizzato le vendite online di oltre 58mila colonie di insetti e pubblicato dalla rivista Biological Conservation. Un testo nel quale mette il luce anche un rischio reale nel caso dell’allevamento intensivo della formica mietitrice africana, una delle specie più vendute e diffuse in molte regioni agricole della Cina: “Se il volume degli scambi delle “formiche invasive” continua a crescere, (senza controlli rigorosi) è “solo questione di tempo prima che alcune fuggano dai loro formicai e si stabiliscano in natura”, ha scritto con toni allarmanti Wang. Con il pericolo che “ad esempio la Messor cephalotes, tra le più grandi raccoglitrici di semi al mondo, potrebbe potenzialmente sconvolgere l’agricoltura prevalentemente cerealicola della Cina sud-orientale”. Quanto può costare una piccola formica?
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