Dieci anni dopo Berta Cáceres non è morta
di Fabio Carminati
A dieci anni dal suo assassinio, torna il rischio che il progetto contro cui lottava devasti il Rio Blanco

Chi si ricorda di Berta Cáceres? Dieci anni dopo quattro fori di proiettile nella parete della piccola camera da letto e una macchia di sangue rinsecchita sono lì a ricordarla. A La Esperanza, minuscola cittadina dell’Honduras occidentale. Era il 2 di marzo del 2026. Quella sera due uomini varcarono la soglia di casa dopo aver abbattuto la sottile porta di legno a spallate ma si trovarono di fronte un testimone che non doveva esserci. Uno dei due puntò la pistola e sparò, mentre l’altro andò a cercare Berta. Gustavo Castro cadde a terra nella stanza di una delle figlie di Berta dove era ospitato: si finse morto. Insanguinato al capo e colpito solo di striscio non si mosse da terra. Per sua fortuna l’assassino si accontentò dell’apparenza. Poi furono gli altri quattro colpi di pistola in sequenza che uccisero Berta vicino al suo letto.
Oggi il basso edificio verde è rimasto come allora, c’è un progetto per trasformare la casa di Berta in un museo “ma chissà quando andrà in porto” rivela Berta Zúniga Cáceres, figlia dell'attivista uccisa, alle persone che nel giorno del decimo anniversario sono passate a portare un fiore per la madre. Per ricordare all’Honduras, uno dei Paesi ancora oggi più pericolosi al mondo per i difensori dei diritti umani e dell’ambiente, la leader Lenca aveva trasformato la difesa del fiume Gualcarque in una battaglia contro interessi commerciali, militari e banche internazionali. E per questo è stata uccisa.
Una manciata di anni dopo, la sua storia e quello che ne è seguito simboleggiano i progressi fatti dalla giustizia, sebbene ancora incompleti. Il rapporto che ricostruisce le ultime ore dell'attivista e la lotta contro i mulini a vento dei Lenca, la gente del fiume, è diventato pertanto un simbolo.
Perché anche ciò che è avvenuto immediatamente dopo l’esecuzione di Berta ha rischiato di diventare la riedizione di un cerimoniale visto e rivisto da decenni nell’America Latina più profonda, quella invisibile agli occhi estranei. Un labirinto di persecuzione politica. Lo stato honduregno ha cercato di fabbricare colpevoli, sostiene Castro, e di arrestarlo per il crimine. "Non sono riusciti a inventare prove, anche se mi hanno teso molte trappole", racconta da San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, dove ora vive. Hanno provato persino di avvelenare suo fratello quando arrivò in Honduras dal Messico per aiutarlo, racconta. Quell'esperienza lo ha traumatizzato per anni.
La mattina dopo l’agguato Castro era sfuggito all’arresto per un soffio. Lo avevano protetto quelli della Commissione Interamericana per i Diritti Umani (Cidh), arrivati a La Esperanza subito dopo che la notizia dell’uccisione di Berta si era diffuso.
Dopo giorni di collaborazione con i pubblici ministeri, Castro è riuscito ad arrivare a Tegucigalpa, la capitale dell'Honduras, per rifugiarsi nell'ambasciata messicana. "I funzionari sono stati molto gentili", ha spiegato. Quando ha finalmente ottenuto il permesso di viaggiare, è partito con l'ambasciatore e il console per l'aeroporto. Lì, un gruppo di ufficiali lo ha avvicinato per arrestarlo. L'ambasciatrice, Dolores Jiménez, e il console hanno formato un cerchio attorno all’attivista al grido: "Protezione consolare! Protezione consolare!". Un mese dopo, Castro ha lasciato l'Honduras. "L'omicidio di Berta ha rappresentato una svolta”, racconta oggi Castro: “Berta ha messo radici nel cuore dei movimenti internazionali. Ottenere piena giustizia per il suo caso è fondamentale; se non c'è giustizia per lei, cosa aspetta il resto di noi difensori dei diritti umani in America Latina? È un messaggio alle grandi aziende: non possono uccidere impunemente".
Otto uomini sono stati condannati per il crimine, compresi i sicari. Un alto dirigente della società di sviluppo è stato giudicato come complice. Il progetto idroelettrico di Agua Zarca, portato avanti dagli ingegneri cinesi che mirava a sbarrare il Gualcarque, è stato fermati. Ma i mandanti veri e identificati - gli azionisti che, secondo il processo, hanno discusso più volte del "problema Berta" nelle riunioni del consiglio di amministrazione - non sono ancora stati processati. Perché, nonostante tutto, il “problema” è uno spiraglio nella barriera di impunità, anche se molti tentano ancora, in ogni modo, di riparare.
Sulla strada tracciata da Berta la comunità di Lenca del Rio Blanco non si è arresa e ha continuato la lotta della donna del fiume. Una lunga lama di acqua che scorre tra un abisso di montagne verdi e vaste foreste tropicali che custodiscono uno dei più grandi tesori di biodiversità dell'Honduras, la stessa biodiversità che Berta Cáceres voleva proteggere. Hanno scavato trincee, ci sono stati attacchi di gruppi armati mandati dalla Sinohydro, un colosso ingegneristico cinese di proprietà statale. Ci è scappato anche il morto. L’Onu ha dimostrato anche i pagamenti fatti a sicari. Tre anni di lotta fino all’uccisione di Berta, che guidava la rivolta e che il “mondo verde” fuori dall’Honduras conosceva benissimo. Perché - dicono tutti - quella è stata la sua colpa: aver portato la denuncia e la difesa del fiume fuori dal silenzio delle foreste. Aver denunciato al mondo il progetto “Agua Zarca”. Il piano si è arenato nonostante siano ancora in corso le battaglie legali. Felipe Goméz oggi ha 68 anni. “Dopo l’assassinio di Berta nel 2016, alcuni pensavano che il progetto sarebbe andato avanti”, ricorda. “Non è stato così. L'azienda si è ritirata. "È stata una perdita dolorosa", ammette Felipe. "Ma anche una vittoria, perché la lotta non è morta. Chi muore per una giusta causa non può essere considerato morto".
Il modello economico basato sull’estrazione mineraria e lo sfruttamento delle risorse continua però inesorabilmente ad avanzare, sotto i cingoli delle ruspe. Il governo honduregno, guidato da Nasry Asfura, politico conservatore e filo-imprenditoriale, che ha ricevuto il sostegno di Donald Trump prima delle elezioni presidenziali del novembre 2025 , spinge in quel senso. Opposto a quello degli attivisti arrivati a La Esperanza nei primi giorni di marzo perché “la crepa nel muro dell'impunità non possa essere rimarginata”.
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