
Qualcuno dice sia un’eredità lasciata dai britannici e dal loro bridge, altri che il gioco di carte sia diventato così “devastante” soltanto negli ultimi anni. Di fatto però, come tutti i patti con la fortuna, non smentisce la regola fondamentale: alla fine l’unico a vincere è sempre il banco. Anche per questo il “Pass” sta diventando un’autentica emergenza nazionale a Honiara, la capitale delle Isole Salomone. La città sorge su quell’isola di Guadalcanal che cambiò le sorti della guerra del Pacifico (tra l’estate del 1942 e l’inverno del 1943) e aprì le porte all’avanzata degli americani verso il Giappone.
Honiara, che nel 1978 ha abbandonato il regno dell’allora sovrana Elisabetta per diventare l’epicentro amministrativo dello Stato indipendente, conta non più di centomila abitanti mentre la giungla occupa la quasi totalità del territorio appena fuori dalle sue porte. La città ha poche risorse, la disoccupazione cresce percentualmente ancora più del numero di giovani che arrivano dalle quasi mille isole dell’arcipelago per «cercare fortuna». Ma non c’è molto da trovare: le Salomone sono le più è povere dell’Oceania e le principali attività restano in mano ai cinesi, comunità spesso bersaglio delle rivolte o delle violenze.
Così la “fortuna” rimane la medicina che non cura mai. Lo ammette amaramente Irene, un’insegnante di letteratura di 43 anni, mentre sale su un minibus dopo la giornata passata a scuola. Abitino a fiori e una margherita gialla tra i capelli raccolti, guarda attraverso i vetri sporchi del pulmino. E cita le parole di Dostoevskij mentre fuori fanno 35 gradi e il sole manda a fuoco l’orizzonte: «Perché il gioco dovrebbe essere peggiore di qualsiasi altro mezzo per far quattrini come, per esempio, il commercio?»
Dopo dieci minuti, raggiunto il sobborgo occidentale di Honiara, Irene scende dall'autobus, percorre un vicolo ed entra in un rifugio umido e fumoso: altro non è che un container con le porte spalancate. Tavoli di plastica riempiono lo spazio e carte da gioco sono sparse sul pavimento.
Irene guarda nella penombra tra la gente seduta ai banchetti del gioco clandestino, il sempre più popolare Pass. Ci sono decine di questi luoghi informali sparsi per la città, e nuovi siti compaiono ogni giorno in vecchi bar e negozi con le serrande abbassate.
Le autorità ci hanno provato e continuano a tentare di stroncare il fenomeno, ma la gente delle Salomone - soprattutto giovani, anziani, a basso reddito o professionisti con stipendio fisso - ne sono attratti in modo magnetico: sperano di vincere grosse somme e, per questo, sono disposti a rischiare ingenti perdite. I croupier attirano i giocatori gridando l'importo della puntata: «Dai venti dollari in giù». A chi accetta, vengono distribuite sette carte e il mazziere ne scopre una con il numero sei. Il primo deve “calare” un cinque o un sette. E gli altri, a turno, devono ripetere lo schema in sequenza. Se non ci riescono, gridano «passo». Chi per primo si libera di tutte le sue carte vince. E si aggiudica il piatto a ogni mano, ad eccezione di una quota trattenuta dal “banco”. Con fino a 30 giocate l'ora, si possono ottenere o perdere grandi somme in pochi minuti: nel giro di mezz’ora è possibile ottenere una cifra sufficiente a saldare i propri debiti o venire strozzati dal laccio opprimente di nuovi passivi.
Irene diventa ben presto l’icona della vittima “standard”. Dopo una sfilza di turni sfortunati, rimane senza soldi. Ma rifiuta di arrendersi. Chiama, dunque, uno dei suoi tre bambini a casa e gli chiede di portarle quelli «nascosti nel cassetto, tra la biancheria». Ha le lacrime agli occhi quando confessa: «Il gioco d'azzardo è una brutta cosa. A volte, chi non ha soldi deruba le madri», dice, mentre osserva attentamente le carte che vengono distribuite. «Non voglio che i miei figli giochino».
Ma Irene si ostina a restare seduta al tavolo. Fa i conti a mente poi continua raccontando che, nonostante le perdite della serata, ha guadagnato in una settimana quasi 500 dollari di Singapore (380 dollari Usa), una somma che si avvicina al suo stipendio da insegnante di 600 dollari singaporiani. Una goccia nel mare degli introiti illeciti, per i quali i gestori del traffico (nonostante l’impegno della polizia locale) rischiano al massimo una multa irrisoria.
E’ Gordon a gestire il “container” dove Irene ha giocato tutta la serata. «Con questo tavolo guadagniamo 12mila dollari di Singapore a settimana», afferma quasi con orgoglio il 29enne che fornisce gratuitamente sigarette e noce di betel (una sostanza inebriante locale) ai più fedeli fra i giocatori. Complessivamente, i suoi tre tavoli fruttano un fatturato di 30mila dollari di Singapore a settimana, quasi 24mila in moneta statunitense.
Chi vede con occhi disincantati il fenomeno è invece Phillip Subu, noto attivista per i diritti dei giovani. La crescita delle bische di Pass - sostiene - è sintomo del profondo malessere economico dell’arcipelago pacifico. «La situazione sta sfuggendo di mano perché molte persone qui a Honiara non hanno un lavoro. Il gioco d’azzardo diventa una questione di sopravvivenza. Per questo è molto difficile eliminarlo», afferma Subu: Anche le statistiche ufficiali non sono molto d’aiuto perché frammentarie. Tuttavia, il tasso di disoccupazione giovanile a Honiara si attesta tra il 15 e il 20 per cento. E quanti affluiscono a Honiara in cerca di lavoro spesso devono ricorrere a impieghi informali o vengono reclutati dalla criminalità. Oppure finiscono incatenati a un tavolo di Pass.
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