Josuè e il sogno americano rubato ai Dreamers

di Fabio Carminati
Il ventenne, arrivato da solo negli Stati Uniti quando ne aveva sedici, è stato arrestato poco prima della cerimonia per il diploma della scuola superiore. Ora è rinchiuso in un centro dell’Ice in Louisiana e potrebbe essere deportato
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August 2, 2026
Josuè e il sogno americano rubato ai Dreamers
Quella toga nera e il tocco appoggiati sull’unica sedia vuota della fila non hanno stupito nessuno. E quando la preside ha pronunciato il suo nome tutti sono scattati in piedi in un fragoroso applauso sul prato della Beau Chene High School, ad Arnaudville in Louisiana. Ma quel giorno tanto atteso, in cui i giovani e le loro famiglie si riuniscono per assistere alla consegna dei diplomi che certificano una tappa fondamentale della loro vita, quest'anno ha avuto per tutti un sapore agrodolce. Come l’espressione nella fotografia, appoggiata sulla sedia, del volto di Josuè Zamora.
Vent’anni appena compiuti, Josuè è sbucato in classe, un mattino di quattro anni fa, entrando dalla porta di servizio del sogno americano. Uno dei tanti minori non accompagnarti che allora il Daca, il Deferred Action for Childhood Arrivals creato da Joe Biden nel 2022, proteggeva, prima che la legge venisse “gambizzata” dai divieti e dalle deportazioni (anche dei ragazzini) della seconda epoca Trump.
Josué era fuggito dall'Honduras perché suo padre lo aveva abbandonato e sua madre non poteva prendersi cura di lui. Era anche terrorizzato dall'idea di essere reclutato dalle bande criminali che imperversano in America Centrale. A soli 16 anni, aveva intrapreso un viaggio pericoloso per raggiungere gli Usa, la meta dove sperava di realizzare il suo sogno di diplomarsi e frequentare l'università. Dopo essere stato fermato e trasferito all'Office of Refugee Resettlement (Orr), che si occupa dei minori non accompagnati che arrivano senza documenti al confine, era stato affidato alla custodia del fratello maggiore, che viveva in Louisiana. Quando Jeoshua (Josuè ben presto è stato americanizzato) aveva compiuto 18 anni, suo fratello si era trasferito in Texas, lasciandolo letteralmente solo. E da allora, il ragazzino ha vissuto in diverse famiglie della sua comunità che lo hanno accolto per permettergli di diplomarsi. In quegli anni li chiamavano Dreamers (acronimo dal significato ora feroce di “sognatori”) e molti americani credevano in questo sogno.
Per questo, alla fine della primavera, molte di quelle famiglie alla cerimonia del diploma sono arrivate con un nodo in gola. Perché tutti, ad Arnaudville, sanno dove si trova ora Josuè (o Jeoshua, come tanti lo chiamano): proprio come l’albero del disco di quattro ragazzi irlandesi (gli U2) che scoprono dietro al viaggio nel sogno americano un oceano di contraddizioni.
Il ventenne è detenuto in una struttura dell’Immigration and Custom Enforcement (la famigerata Ice). E ora rischia l’espulsione se anche l’ultimo dei ricorsi verrà respinto. Insegnanti e compagni di classe si sono battuti per mesi per ottenere il suo rilascio dopo che Josué era stato consegnato agli agenti dell'Ice il 7 marzo, durante un normale controllo della polizia stradale. Per poi finire nel Pine Prairie detention center della Louisiana.
«È stato molto difficile sopportare tutto questo – ha raccontato dalla sua cella Josué ai giornali americani che hanno scoperto la sua storia –. Qui vedi adulti che piangono come bambini perché le loro famiglie sono fuori, perché non sanno cosa fare. Ci sono persone imprigionate anche se hanno la carta verde».
Il suo allenatore di calcio e diversi compagni di classe hanno girato anche un video toccante che hanno poi pubblicato sui social media per mostrare quanto fosse integrato nella sua comunità e per chiedere il suo rilascio. Nel video, appare con la sua squadra di calcio, partecipa al programma multimediale della scuola, scherza con i suoi insegnanti… «Josué ha molti amici. È una persona allegra e gli piace aiutare gli altri», dice il suo compagno di classe Fernando, che preferisce usare uno pseudonimo per non essere identificato. «Se vedeva una persona nuova a scuola, che fosse ispanica, nera o bianca, andava a incontrarla, perché a Jeoshua piace fare amicizia ed entrare in contatto con tutti», spiega tra le lacrime al gruppo di cronisti che lo ha intervistato.
Per il giovane detenuto ora l’unica speranza è che le leggi che tutelavano un tempo quelli come lui vengano ripescate dal limbo dove le ha cacciate l’Amministrazione Trump. La senatrice democratica del Nevada Catherine Cortez Masto ha presentato questo mese al Campidoglio il Vulnerable Immigrant Youth Protection Act per accelerare la procedura di rilascio della carta verde ed esentarli dal limite massimo di visti per motivi di lavoro, che sta causando l'accumulo di domande. Ma l’estate e il voto imminente del midterm allungheranno di molto i tempi.
Eppure, le testimonianze di chi conosce Josuè contraddicono la falsa affermazione (ripetuta più volte dal governo) secondo cui la campagna per realizzare la più grande deportazione della storia sarebbe mirata solo ai criminali. «Dicevano che stavano cercando i peggiori tra i peggiori. Ma Josué è uno dei migliori giovani che si possano incontrare», garantisce Debra Delegal, una delle sue docenti. Delegal insegnava inglese a stranieri che arrivavano senza conoscere la lingua, come nel caso del ragazzo honduregno. «È arrivato con un atteggiamento diverso da tutti gli altri miei studenti. La maggior parte di loro diceva: "Non ce la faccio, è troppo difficile". Ma il suo atteggiamento era: "Posso farcela, posso raggiungere qualsiasi obiettivo"».
La routine di Josué, fino al suo arresto, lo conferma: la sua giornata consisteva nel frequentare la scuola per completare i due crediti necessari per diplomarsi, lavorare come meccanico fino alle 17, farsi la doccia a casa e poi continuare a lavorare come autista Uber fino a tarda notte. E nei fine settimana, si incontrava con gli amici per giocare a calcio. «Tutti gli insegnanti si sono affezionati molto a lui; abbiamo cercato di aiutarlo, sapendo che non aveva alcun sostegno», aggiunge la professoressa d’inglese.
Trovare atti criminali tra le pieghe di questa “normalità” è sato però il compito degli agenti che hanno compilato il suo verbale di arresto. L’insegnante e l’amico “Fernando”, quando è consentito, vanno a trovare il giovane detenuto nel centro di Pine Praire. Dicono che cerchi di mostrare di stare bene, ma la «sua preoccupazione e, a volte, la sua disperazione sono evidenti: ammette di temere per la sua vita». Ora su di lui incombe un ordine di espulsione, mentre è quasi impossibile ottenere una carta verde provvisoria in attesa della conclusione dei ricorsi. Per questo Josuè si sveglia terrorizzato la notte… il sogno è sempre quello di un aereo verde militare pronto sulla pista a decollare e riportarlo già domani a casa, dove non lo aspetta nessuno.

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