
In un mondo ideale, un presidente (seppure quasi un autocrate) non accetterebbe mai 7,5 milioni di dollari per ospitare nell’hotel (che magari è suo) decine di persone provenienti da nazioni vicine alla propria e deportate manu militari da un’altra nazione nata proprio dalle migrazioni ma ora stanca di offrire sogni a prezzo scontato. In un mondo ideale, tutto ciò sarebbe impedito da leggi fatte in modo da rispettare i principi elementari dei diritti umani.
In un mondo ideale, non in Guinea Equatoriale. Dove quell’hotel appare come tanti altri in un'isola tropicale al largo della costa dell'Africa centrale. Con il vialetto fiancheggiato da palme, il foyer con pavimento in marmo e, dietro al banco in mogano della reception, spunta il ritratto del leader del ricco Paese, diventato tale grazie soprattutto ai proventi di 100mila barili di greggio estratti ad appena una manciata di chilometri dalla spiaggia dell’albergo.
A lungo rifugio per turisti in cerca di avventura o viaggiatori d'affari internazionali, negli ultimi mesi, l'hotel Bamy è stranamente vuoto. Dalla fine dello scorso anno, solo un piccolo numero di persone ha alloggiato lì e non per vacanza bensì perché costretto. In base a un poco chiaro accordo da 7,5 milioni di dollari con l'Amministrazione Trump, il potente presidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, ha trasformato la struttura di proprietà della sua famiglia in una prigione per richiedenti asilo deportati dagli Stati Uniti. Una delle tante sparse nelle decine di Paesi “amici” (12 sono africani) del presidente americano “nemico” degli immigrati.
L'hotel è però soltanto una stazione di passaggio. Delle almeno 32 persone passate nelle sue stanze, sicuramente 25 sono già state costrette a tornare nei Paesi d'origine africani dove la loro vita potrebbe essere in pericolo. Come affermano i legali delle Ong per i diritti umani del Continente. Quanti sono rimasti subiscono pressioni dalle autorità per andarsene. Poiché la Guinea Equatoriale è retta da un governo autoritario, come alcune altre nazioni che hanno firmato accordi simili, è difficile per i giornalisti stranieri visitare le strutture. L'Associated Press si è recata sull'isola di Bioko durante la recente visita del primo Papa americano: l’unica testata a riuscirci. Leone, nel corso dell’ultima tappa del viaggio apostolico in Africa, ha denunciato le profonde disparità economiche, la concentrazione delle ricchezze in mano a pochi e le tensioni sociali che ciò innesca.
All'inizio di maggio, esperti delle Nazioni Unite hanno esortato la Guinea Equatoriale a interrompere il piano di rimpatrio dei deportati statunitensi, a rischio di subire «violenza politica, torture e morte».
La dichiarazione, firmata da un rappresentante della Commissione africana per i diritti dell'uomo e dei popoli, esercita pressione diplomatica sul Paese affinché si conformi agli standard internazionali ed eviti il “refoulement”, ovvero l'espulsione delle persone negli Stati dove subiscono persecuzioni. Appello caduto nel nulla.
Nell’hotel semideserto, intanto – come hanno raccontato i cronisti dell’Ap – uomini e donne provenienti da Angola, Eritrea, Etiopia e Mauritania vagano per i lunghi corridoi e guardano fuori dalle finestre la piscina scintillante che non possono usare.
«Non hanno subito abusi fisici», dicono con onestà i pochi intervistati, ma sentono una «forte pressione psicologica», sapendo che probabilmente «stanno tornando a casa in un Paese che non li vuole più e ora temono ritorsioni». Tutti si sentono abbandonati. Dicono che i rappresentanti dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni hanno visitato l'hotel a novembre, dopo l’arrivo dei deportati, promettendo loro «che sarebbero tornati a visitarli», ma oltre sei mesi dopo non l’hanno ancora fatto.
«La Guinea Equatoriale non dovrebbe mai essere considerata un Paese sicuro per migranti o richiedenti asilo. Si tratta di uno Stato autoritario e fortemente repressivo», insiste invece Tutu Alicante, direttore dell'organizzazione per i diritti umani Equatorial Guinea Justice. E aggiunge: «Migranti vulnerabili vengono trasferiti in un Paese dove non hanno uno status giuridico, né una rete familiare, né meccanismi di protezione efficaci».
Secondo un rapporto pubblicato a febbraio dai membri democratici della Commissione per le relazioni estere del Senato Usa, l'Amministrazione Trump ha stretto accordi con almeno 25 nazioni, tra cui Panama, Costa Rica, Eswatini e Camerun, per accogliere cittadini di Paesi terzi provenienti dagli Stati Uniti.
Alcuni, come El Salvador, hanno accettato di incarcerare i migranti espulsi dagli Stati Uniti; è così che più di 250 cittadini venezuelani sono finiti per quattro mesi nel famigerato carcere Cecot, creato dal leader ultrà Nayib Bukele.
Tra gli “ospiti” in Guinea c’è invece Esther, sbarcata da un aereo militare Usa nella capitale guineana Malabo a inizio maggio: «Le condizioni dell'hotel in cui sono detenuta – rivela – non sono molto diverse da quelle di una prigione». Lei e gli altri deportati sono stati trattenuti senza accesso a sapone, spazzolini da denti o vestiti puliti. «Ho pianto. Ho lottato. Ho fatto di tutto», ha detto in una telefonata al quotidiano britannico Guardian dalla stanza dove è stata confinata. «Ho combattuto e combattuto. Ora non mi è rimasto più niente». Esther proviene da un altro Paese africano: il nome di fantasia e la mancata indicazione della nazionalità servono a tutelare la sua sicurezza. E la sua storia è tristemente simile a quelle di quasi tutti i migranti. Ha spiegato di essere fuggita dalla sua terra nel 2024, dopo essere stata arrestata e torturata su ordine di funzionari governativi, dirigendosi prima verso il Sudamerica e poi migrando verso nord, attraverso il Messico, per arrivare al confine meridionale degli Stati Uniti. Lì ha trascorso 14 mesi in un centro di detenzione prima che un giudice esaminasse il suo caso e le concedesse un "divieto di espulsione", uno status speciale che le garantiva di non essere rimandata in patria, dove rischiava di subire violenze.
L’ordine del giudice le aveva consentito di trasferirsi a vivere con suo zio a New York. E, a suo dire, aveva rispettato tutti gli obblighi di presentarsi regolarmente ai centri dell'Immigration and customs enforcement (la tristemente nota Ice). Ma è stato proprio durante uno di questi controlli che è stata arrestata, le è stato negato l'accesso all’avvocato, è stata trasportata in Louisiana e infine ammanettata e imbarcata su un aereo diretto in Guinea Equatoriale. La destinazione l’ha scoperta solo alla fine dello scivolo dell’aereo dove l’attendeva un ufficiale in divisa.
Da allora, è confinata nell’hotel di Malabo, sorvegliata da agenti armati. Il suo unico contatto con il mondo esterno, ha affermato, è attraverso la finestra della camera e il cellulare: è riuscita a conservarlo anche dopo che le autorità statunitensi e della Guinea Equatoriale le hanno confiscato i documenti di viaggio e altri effetti personali.
Ai legali è stato ripetutamente vietato di consegnare a lei e ad altri deportati caricabatterie per cellulari, sapone, vestiti puliti e assorbenti. Alla fine, ha detto, è riuscita a ricevere un caricatore ma indossa gli stessi vestiti che aveva quando è stata arrestata negli Stati Uniti. «So cosa mi aspetta se mi mandano dove vogliono. Sarò rinchiusa in una prigione». Per ora «sopravvivo cercando di non pensare al futuro». Qualche settimana fa è anche riuscita a chiamare sua madre, l’unica rimasta dopo che il padre è stato «portato via due anni fa e non è più ritornato». Era stata proprio la donna, allora, ad aiutarla a scappare. Prima di lasciarsi, avevano pianto pensando che non si sarebbero più riviste. Ora Esther è invece sicura che si rincontreranno, «ma lei mi vedrà solo come un cadavere da seppellire».
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