Battelli senza legge per la pesca in alto mare

di Fabio Carminati
Tre morti per il cibo scadente e le condizioni estreme di lavoro. Neanche la schiacciante testimonianza dell’equipaggio basta a fermare i pescherecci di Stato cinesi nell’Oceano Indiano
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June 21, 2026
Battelli senza legge per la pesca in alto mare
Il palamito, conosciuto anche come palangaro, è una lunghissima lenza alla quale, a intervalli regolari, sono legate altre lenze più piccole. Decine di esche, appese agli ami costituiscono un pasto ghiotto per i tonni che vi restano agganciati. Ogni recupero porta in superficie decine di grassi e grossi pesci, un tributo dell’Oceano Indiano per i mercati britannici, dell’Unione Europea le industrie di trasformazione occidentali. Con guadagni per i proprietari dei battelli anche quattro volte superiori a quelli che farebbero nella pesca con le reti tradizionali. Ma da tempo a galla con i pesci vengono anche storie di equipaggi sfruttati, sottopagati e costretti a un lavoro devastante. Le condizioni estreme rasentano la moderna schiavitù.
Uno di loro è Abdul, il primo ad ammalarsi nel febbraio di un anno fa quando questa vicenda è cominciata, per finire qualche settimana fa sul taccuino dei giornalisti britannici del Guardian che l’hanno raccontata.
Imbarcato da quattro mesi su un peschereccio d’alto mare, Abdul ha cominciato a sentirsi sempre più debole, le gambe sembravano tronchi inscuriti dai lividi. Poco dopo, altri compagni hanno manifestato gli stessi sintomi: arti gonfi e doloranti, spossatezza debilitante, mancanza di respiro. Tutti a bordo della Tai Xiang 5, un’imbarcazione con bandiera cinese e di proprietà di una grande compagnia di pesca statale. Seppure malati, Abdul e gli altri dovevano restare sul ponte per sedici ore: in cambio ricevevano 4,6 milioni di rupie indonesiane al mese, poco meno di 230 euro. Racconta che non c’era né riposo né cure. Il cibo era scadente: solo pesce “da escanon fresco e dal sapore sgradevole” e poche verdure surgelate. Anche l’acqua da bere era “distillata da quella di mare, troppo salata e, quando la macchina faceva i capricci e non funzionava a dovere, era torbida e giallognola”.
Poi il dramma, in pieno Oceano. Il primo a morire è stato Isko, un pescatore filippino. “Era coraggioso e aveva sfidato il capitano dichiarando che non ce la faceva più a lavorare. Per questo lo hanno punito facendolo dormire sul ponte con un telone di tela cerata per ripararlo dalla pioggia e dal sole”. Isko, 34 anni, era amico di Abdul e come lui veniva da Giava Occidentale. Quando il comandante, alla fine, gli ha concesso di tornare negli alloggi era ormai allo stremo: è morto quattro giorni più tardi. A testimoniarlo alla Environmental justice foundation (Ejf), che ha denunciato pubblicamente questa e altre storie, sono stati altri membri dell’equipaggio. Uomini come Abdul che hanno scelto di rompere il silenzio. In totale, la Ejf ha registrato la morte di tre pescatori a bordo della Tai Xiang 5 durante quella lunga battuta di pesca, tutti per malattie non diagnosticate. I “sintomi manifestati sono tipici della beri-beri, una grave patologia causata dalla carenza vitaminica e spesso riscontrata negli equipaggi in cui l’alimentazione è insufficientemente nutriente”, ha spiegato l’organizzazione.
Il decesso di Isko è stato filmato con i telefonini da alcuni compagni: lo si vede sdraiato in un corridoio sotto coperta mentre qualcuno tenta di rianimarlo. Poi i soccorritori si arrendono. I compagni lo adagiano in una bara improvvisata con il legno di alcuni pallet e rinchiudono il feretro in un frigorifero tra le scatole di cartone delle esche.
A quel punto, però, la paura a bordo è diventata incontrollabile e il capitano ha dovuto cedere, facendo rotta su Singapore. Lì Abdul, con una “gamba gonfia come un piede di elefante”, è stato sbarcato dagli infermieri su una sedia rotelle. Curato, a sue spese, in ospedale per una malattia linfatica, è stato dimesso dopo tre mesi. A quel punto ha deciso di raccontare la sua storia e dopo di lui, a cascata, i compagni hanno fatto lo stesso contattando la Ejf. “Sono casi brutali - denuncia senza mezzi termini Steven Trent, fondatore di Ejf -, e la realtà è tipica di ciò che sta accadendo in tutta la flotta cinese d’altura”.
La Shandong Zhouglu, che ha libero accesso ai mercati di Giappone, Unione Europea, Corea del Sud e Regno Unito, chiaramente non ha voluto commentare le accuse mosse dalla Ong. E sono pochissimi i Paesi al mondo che aderiscono alla Carta globale per la trasparenza della pesca: oltre a Corea del Sud e Taiwan, troviamo alcune nazioni africane ma nessuna dell’Occidente.
"La realtà è che si tratta di una sfida globale di primaria importanza", ammonisce Ben Harkins, specialista tecnico dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo): "Il punto di partenza fondamentale è quello di istituire un quadro giuridico in materia di condizioni di lavoro". Ma chi lo andrà mai a dire ad Abdul che finora nessuno si è mosso?

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