
Verrebbe quasi da dire che l’America, da due anni a questa parte, più che persone da proteggere dagli impatti del riscaldamento globale li consideri esseri umani da rifiutare a priori. E il passo da rifugiato a “rifiutato” climatico è breve. Perché mentre l'Amministrazione Trump promuove politiche volte a incentivare l'utilizzo dei combustibili fossili, responsabili dell’emergenza ambientale, in milioni sono costretti ad abbandonare le proprie terre a causa di tempeste, inondazioni e siccità aggravate dalla crisi ecologica.
Una recente analisi lo conferma: dei 39 Paesi dai quali Donald Trump ha imposto restrizioni totali o parziali all'ingresso negli Stati Uniti, ben 22 rientrano nel quarto di mondo più vulnerabile agli impatti climatici, secondo un conteggio della Notre Dame Global Adaptation Initiative.
«Quasi tutti i Paesi più vulnerabili hanno imposto un divieto di ingresso o una sospensione dei visti», afferma al britannico Guardian Danielle Wood, professoressa associata alla Notre Dame, nell’Indiana. Gli immigrati provenienti da Ciad e Niger, le due nazioni più sensibili al cambiamento climatico secondo l'indice, ora non possono più entrare negli Usa, così come le persone provenienti da Sudan, Somalia e Sierra Leone , anch'essi tra i dieci Paesi più esposti.
Oltre all’Africa, anche l'Honduras rientra nella categoria ad alto rischio: negli ultimi anni ha subito forti piogge, siccità, inondazioni ed erosione costiera. Quando l'uragano Mitch si è abbattuto sul Paese nel 1998, causando 7mila vittime, molte famiglie hanno realizzato di avere una sola via d'uscita: trasferirsi negli Stati Uniti.
Evelyn era un'adolescente all’epoca e ricorda come i suoi parenti a New York imploravano sua madre di portare lei e sua sorella negli Stati Uniti. «C'erano cadaveri e animali morti che galleggiavano nell'acqua, la casa era un disastro, tutti i mobili erano spariti: porte, finestre. Era davvero, davvero triste», racconta l’ex ragazzina ormai donna. «Mi sono ammalata anche io a causa delle zanzare. Mio zio e mia zia mi hanno detto: "Ok, portate i bambini qui, non rimanete. È pericoloso"».
Da più di un anno, però, la situazione è cambiata. In peggio. «Ogni giorno ci sono più ostacoli», ammette Evelyn, che vive ancora a New York e ha due figlie, entrambe studentesse universitarie. «È tragico sapere che le persone non potranno più richiedere una forma di protezione per salvarsi e a aiutare a risollevarsi, grazie ai propri risparmi, i familiari rimasti in patria». Oltre allo stop per le nuove istanze, la Casa Bianca ha anche cercato di revocare lo status di protezione temporanea (Tps) ai cittadini già residenti negli States dell'Honduras e di altre 12 nazioni, quasi la metà delle quali sono classificate dall'Università di Notre Dame tra luoghi più colpiti dal surriscaldamento del pianeta.
La Corte Suprema, a fine giugno prima della pausa estiva, ha esaminato un ricorso per i cittadini di Siria e Haiti, Paesi recentemente devastati rispettivamente da siccità e uragani, oltre che da violenti disordini causati dalle bande criminali. Gli alti giudici, come nei recenti casi, hanno dato ancora una volta ragione a Donald Trump, che aveva ribadito anche prima del pronunciamento che i divieti generalizzati di ingresso imposti dall'attuale Amministrazione «terranno fuori i terroristi islamici radicali».
La questione dei profughi ambientali per gli Usa di The Donald comunque non esiste. Come, del resto, la crisi climatica a giudicare dalle conclusioni delle ultime Cop, da quella di Parigi del 2015 a oggi. Le Nazioni Unite stimano che ondate di calore intense, siccità, tempeste e inondazioni abbiano sradicato 250 milioni di persone in tutto il mondo nell'ultimo decennio, l'equivalente di 70mila spostamenti al giorno.
Un’emergenza globale, anche se non si sa con precisione quante di queste persone fuggano oltre confine, dato che la maggior parte delle migrazioni avviene all'interno dello stesso Paese colpito. Nel 2025 gli sfollati interni a causa dei disastri sono stati quasi 30 milioni.
Gli esperti concordano sul fatto l’emergenza climatica spinga un numero crescente di donne e uomini a fuggire: "rifugiati climatici" a tutti gli effetti. Sul tema, però, esiste un colossale vuoto legislativo. Attualmente non ci sono percorsi ufficiali per rivendicare tale condizione e ottenere tutela all’estero poiché né la legge statunitense né la Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1951 riconoscono i disastri ambientali come motivo valido per ottenere protezione in un altro Paese.
Spiega Jocelyn Perry, responsabile del programma per gli sfollamenti climatici di Refugees International: gli abitanti dei Paesi in via di sviluppo, ora inseriti nella lista nera degli Stati Uniti, faticano ad affrontare la perdita dei raccolti, l'innalzamento del livello del mare e altri sconvolgimenti aggravati dal riscaldamento globale. «Una casa in Florida potrebbe resistere a un uragano di categoria quattro, ma ci sono persone in tutto il mondo che non sono in grado di affrontare una situazione del genere e che ne stanno subendo le conseguenze più gravi», aggiunge Perry.
Trump definisce l’effetto dei gas serra una “bufala” e, addirittura, all’ultima Assemblea generale, ha parlato di “truffa”. Nel frattempo, la sua Amministrazione ha di fatto chiuso il programma statunitense per i rifugiati, fatta eccezione per i sudafricani bianchi. E smantellato gli aiuti internazionali volti ad alleviare gli effetti più tragici del riscaldamento globale, come la diffusione di malattie. Si prevede che i tagli all'Usaid, orchestrati da Elon Musk, l'uomo più ricco del mondo che ha lasciato l’incarico però dopo qualche mese, causeranno la morte di circa 4,5 milioni di bambini piccoli nei prossimi cinque anni, in aree come l'Africa subsahariana. «Stiamo assistendo a decisioni politiche negli Stati Uniti e anche in Europa che lasceranno più persone bloccate in luoghi vulnerabili e impossibilitate a reagire. Con il peggioramento dei cambiamenti climatici, questo sarà terribile per il resto del mondo», conclude amaramente Perry.
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