
L’ennesima guerra, questa volta senza armi, Donald Trump la sta combattendo da anni contro il Brasile. Fin da quando ha prima tentato di riportare in sella l’ex presidente Jair Bolsonaro. E poi, una volta caduto in disgrazia, ha cercato di salvare l’ex militare dalla condanna per tentato golpe nei confronti dell’attuale leader Luiz Inácio Lula da Silva. Persa la “testa di ponte” a Brasilia, il vero conflitto per le risorse in America Latina la deve combattere da solo, senza alleati. Il nemico resta sempre lo stesso, quella Cina che sul fronte delle materie prime e dell’energia nel Continente da tempo tesse la tela dei propri interessi. Soprattutto nella foresta amazzonica, saccheggiata per decenni per la gomma, il legname e l'oro.
Ora, i minatori illegali hanno puntato gli occhi su un nuovo tesoro: i minerali critici ambiti, indispensabili per realizzare la transizione energetica e, dunque, ambiti da tutto il mondo. Il loro valore sul mercato globale, in base alle cifre dell’Agenzia internazionale dell’energia, oltrepassa i 300 miliardi di dollari e se ne prevede il raddoppio entro il 2035. Secondo autorità ed esperti, nella selva brasiliana, la frenesia di entrare nel business sta facendo aumentare vertiginosamente l’estrazione illegale, controllata dalla criminalità organizzata. Nel mirino soprattutto le terre rare, un gruppo di 17 elementi particolarmente importanti perché necessari per realizzare potenti magneti utilizzati in una vasta gamma di prodotti, dai droni ai missili guidati. Il Brasile possiede tra il 19% e il 23% delle riserve mondiali, secondo solo alla Cina, e detiene praticamente tutto il preziosissimo niobio globale, oltre a ingenti quantità di litio e cobalto. Un patrimonio, per giunta, solo stimato, perché secondo il Servizio geologico brasiliano, appena il 30% circa dei minerali critici del Paese è stato mappato in dettaglio.
“A differenza dell'oro, che in Amazzonia viene estratto da piccoli minatori, i minerali critici sono appannaggio di grandi compagnie minerarie che operano illegalmente”, secondo Humberto Freire de Barros, direttore della regione amazzonica della polizia federale brasiliana. Il funzionario ha spiegato al New York Times che “quello a cui stiamo assistendo non è la tradizionale estrazione artigianale, si tratta di operazioni su scala quasi industriale".
E un indizio, collegato a quanto gli esperti predicano da tempo sulle attività “nascoste” di Pechino nella regione, in questo caso fa decisamente una prova. A gennaio, la polizia ha arrestato un uomo, congelato beni per un valore di 5 milioni di dollari e confiscato un elicottero in relazione a un traffico illegale di manganese nello Stato amazzonico del Pará, prima che venisse spedito in Cina con l'aiuto di documenti falsi. Una vera e propria “estrazione” di sapore spionistico d’altri tempi.
Il Brasile punta a diventare un leader globale nel settore, ma ci vorranno ancora anni prima che le sue riserve si traducano in esportazioni significative perché una legislazione specifica latita. Nel mentre, in Amazzonia, i minerali critici vengono estratti e trasportati con modalità molto simili a quelle utilizzate per altri beni di contrabbando. Provengono da aree remote della foresta pluviale, comprese alcune in cui l'attività mineraria è severamente vietata. Vengono poi trasportati via terra, fiume e aria, lungo rotte utilizzate dalle bande criminali anche per il traffico di oro e cocaina. Oppure passano regolarmente la frontiera con documenti che riconducono il materiale illegale e impianti leciti e autorizzati, mescolando il carico o etichettandolo come qualcos'altro, ad esempio minerale di ferro.
Fin qui i traffici, leciti o illeciti, le risorse e le potenzialità di una regione come quella amazzonica che è considerata la bilancia del livello di sopravvivenza del Pianeta. A complicare ulteriormente la situazione, ora, l’irruzione della geopolitica, che mai come in questi anni (lo dimostra anche il conflitto iraniano) è tornata a viaggiare in parallelo con le direttrici energetiche globali. E quello a cui si sta assistendo, anche per i minerali critici, è un autentico scontro tra titani. Tra quello che è attualmente la tripartizione (di fatto) del potere e il futuro nel quale in molti vedono lo scontro finale tra gli Stati Uniti (e i sempre più scarsi suoi alleati tradizionali, Ue compresa) e la forza emergente dei Brics (guidati da Vladimir Putin e Xi Jinping). Paesi che da anni stanno allungando le mani sulle risorse cruciali del domani, quelle dell’era post-petrolio. E il Brasile sta proprio da questa parte.
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