Eyl, dove i pirati tornano con la fame

di Fabio Carminati
A Eyl, ex capitale dei pirati somali, la crisi dei mari riaccende il rischio dei sequestri
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May 31, 2026
Eyl, dove i pirati tornano con la fame
SOMALIA, PIRATI French Navy handout picture taken off the Somali coast on 04 January 2009 shows members of its force capturing a group of Somali pirates. Concerted efforts in the region by several Navies has meant a drop in the number of ships becoming victims of the pirates. But Somali pirates still hold about 15 ships with more than 200 crew members. EPA/MARINE NATIONALE HANDOUT EDITORIAL USE ONLY
Eyl, da qualche anno, è stata scoperta anche dal turismo. Le sue vecchie case si portano via anche per 200 o trecento dollari, ciò che resta del porto è soltanto il ricordo di quanto ormai è finito in fondo al mare e il suo nome non fa più paura agli armatori o ai Lloyd’s di Londra. Nei primi anni di questo secolo era diventata Harunta Burcadda, che in somalo significa la “capitale dei pirati”. Ora la sua gente è tornata a sopravvivere con il pesce pescato e chi assaltava le navi è in qualche prigione, in un cimitero o, dopo avere messo via qualche soldo, è emigrato altrove. Lasciandosi alle spalle in quell’angolo di Puntland (lo Stato semiautonomo nel nord-est della Somalia) soltanto mare, terra arida, una base della flotta anti-pirateria, o un radar israeliano per tenere d’occhio il lancio di missili degli Houthi, dall’altra parte di Aden. E soprattutto tanta miseria.
La stessa che vent’anni fa aveva portato un popolo di pescatori a scegliere di prendere il mare su piccole imbarcazioni, armati di lanciarazzi Rpg7, e a dettare legge nel Golfo: l’imbuto di acqua e nulla che porta a nord fino al Canale di Suez. Uno degli otto “chokepoint” che strozzano la navigazione mondiale, tornato tristemente di moda da febbraio con il blocco iraniano di Hormuz. Tra il 2005 e il 2012, secondo la Banca mondiale, i venti gruppi principali di pirati hanno guadagnato tra i 339 e i 413 milioni di dollari americani. Poi “l’inversione di rotta”, dopo l’arrivo dei pattugliamenti e delle scorte armate alle navi mercantili da parte delle Marine militari internazionali mosse dalle sollecitazioni dei grandi gruppi del commercio. In pochi mesi, il rischio ha oltrepassato di gran lunga il guadagno per i criminali. Il business dei sequestri di navi, degli abbordaggi e dei riscatti è così crollato. In base alle cifre di Operazione Atalanta, la forza navale dell’Unione Europea che ha pattugliato e pattuglierà le acque somale fino al prossimo anno, tra il 2013 e il 2019 ci sono stati solo 26 attacchi. Per poi diventare zero dal 2020 al 2023. Fino ad oggi la media annua non ha superato la decina. Da marzo, però, la musica è cambiata. E oltre una decina di sequestri in mare ha fatto innalzare immediatamente il livello di allarme dell’Ukmto, l’organismo della marineria britannica che monitora i commerci via mare. Inevitabile il collegamento con la paralisi di Hormuz (che per essere smaltita impiegherà mesi). Con i prezzi del petrolio alle stelle, il 22 aprile scorso, è stata catturata, vicino alla costa somala, la Honor 25, una superpetroliera con 17 marinai a bordo. Ora è in rada al largo dei villaggi di Xaafun e Bander Beyla. Attenzione: il traffico dei sequestri non rischia di riprendere sui livelli dell’inizio del secolo, ma il perdurare della crisi iraniana lo ha reso di nuovo più redditizio dei “rischi” che comporta.
Anche a Eyl - come già avviene, per ironia della sorte, anche nella vera isola dei pirati della Tortuga, a poche braccia di mare dalla disastrata Haiti – si vive il dramma che la criminalità si lascia alle spalle una volta abbandonato un territorio: gli effetti “risacca”. Come la diffusione dell’alcol, spesso contrabbandato dall’Etiopia, e quella degli oppioidi. Molti giovani, che già masticano la foglia “stimolante” di khat, stiano diventando tossicodipendenti. A dare la mazzata finale alla gente della costa è anche la pesca illegale. Perché l’attività in Somalia - e di conseguenza in Puntland - è da molti anni una questione controversa. Secondo la Global initiative against transnational organised crime (una rete indipendente di esperti della criminalità che ha sede a Ginevra) molte imbarcazioni da pesca di grandi dimensioni operano senza licenza o con permessi rilasciati da enti privi dell’autorità necessaria. E gran parte di queste imbarcazioni proviene da Cina, Iran, Yemen e Sudest asiatico.

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