Se 140 frustate vi sembran poche?

di Fabio Carminati
Nella provincia autonoma indonesiana di Aceh una coppia di ventunenni è stata fustigata in piazza per aver violato la morale e la sharia, la legge islamica che è al di sopra del diritto nazionale. La ragazza è svenuta tre volte ma è stata fatta rinvenire per portare a termine l'esecuzione
February 22, 2026
Se 140 frustate vi sembran poche?
/ ANSA
Ci sono posti al mondo dove la legge e i diritti umani non vanno d’accordo. E non è una questione di satrapi o di regimi militari che dettano norme o che violano i diritti in essere contenute. Luoghi dove è proprio la legge a consentire di ignorare principi consolidati nel comune vivere e sentire da quasi un paio di secoli. Come la condanna e la fustigazione in pubblico di una giovane coppia.
Uno di questi è l’Aceh, la provincia più occidentale dell’Indonesia e dell’isola di Sumatra. Per trent’anni il Movimento per l’Aceh libero ha combattuto contro le truppe inviate da Giacarta, poi un accordo di pace ha concesso alla provincia l’autonomia speciale nel 2005. E soprattutto l’ha trasformata nell’unica entità dove vige la sharia, nel più grande Paese al mondo per presenza di musulmani: oltre 230 milioni dei 260 milioni di abitanti. Aceh è stata anche la culla dell’islam in Oriente e da lì è partita la sua espansione nel sudest asiatico. Forse anche per questo primato i principi morali e religiosi si sono fusi con le rivendicazioni di una terra che è soprattutto ricca di materie prime, per molti la vera ragione della guerra d’indipendenza del Gam più che le istanze di fede. Che però sono state la benzina per il fuoco che per dieci anni ha devastato l’ovest dell’isola fino allo statuto speciale concesso in nome della pace militare e sociale. Questo Codice penale islamico si chiama Qanun Ynaya: stesse regole, ma applicate con meno rigore, del regime che vige pure nel turbolento nord nigeriano dove in 12 dei 36 Stati federali dal 2021 comanda la sharia. Anche lì a sancire, nel cuore dell’Africa, una pace militare con i movimenti islamisti.
E qui si torna all’inizio e alla legge ai diritti umani. L’ultimo esempio è della fine di gennaio: una donna e il suo fidanzato, entrambi ventunenni, sono stati condannati a 140 frustate in pubblico per aver avuto rapporti fuori dal matrimonio. Reato perseguito e punito dalla polizia della sharia, la Wilayatu Hisbah, al pari del gioco d’azzardo, il consumo di alcol e i rapporti omosessuali.
L’efficienza della Wilayatu Hisbah non è pari, comunque, a quella assassina della polizia religiosa iraniana, visto che tra gli altri quattro condannati al pubblico ludibrio e fustigazione c’erano anche un agente della polizia della sharia e la sua compagna sorpresi in atteggiamenti intimi in un luogo privato. Con loro il Tribunale è stato più clemente, la coppia ha ricevuto “solo” 23 frustate a testa. “Come promesso - ha urlato davanti al pubblico assiepato per l’esecuzione nei giardini pubblici del capoluogo di Banda Aceh il più alto in grado della polizia, Muhammad Rizal – non facciamo eccezioni, soprattutto per i nostri membri che macchiano il nostro nome”. E se in pochi gli hanno creduto, in tanti non hanno resistito alla brutalità messa in scena dai carnefici e se ne sono andati dal parco dove era stato montato il patibolo. Imperituro simbolo dell’esecuzione della legge.
Drammatiche le cronache della fustigazione, soprattutto quella della giovane donna. Il corpo coperto da una tunica, come prescrivono le regole, è stato percosso a turno da tre poliziotte, armate di una canna di rattan: una flessibilità atroce per amplificare il dolore inferto. Insopportabile, al punto da far svenire la donna più volte. Fatta rinvenire puntualmente e non graziata dei cento colpi per aver avuto rapporti fuori dal matrimonio e dei 40 per il consumo di alcol come ha precisato poi, all’esiguo numero di giornalisti stranieri “invitati”, sempre il commissario Rizal. Mentre la ventunenne veniva portata via in ambulanza. Il rito si è poi consumato tra ammonimenti e riferimenti al Libro sacro, anche se parecchi gruppi locali per la difesa dei diritti umani da due decenni protestano per le inconcepibili, brutali e periodiche fustigazioni.
La risposta delle autorità e dei tribunali ai quali si sono rivolti gli attivisti indonesiani è stata sempre la stessa: “Ogni esecuzione decretata dai giudici è conforme ai diritti umani e ai valori islamici”.

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