Nel fango dei migranti spunta la Riviera del Darién
di Fabio Carminati
Sulla sottile lingua di terra e giungla, tra la Colombia e Panama, fino all’avvento di Trump passavano centinaia o addirittura migliaia di disperati ogni giorno che puntavano a nord verso il Sogno americano. Adesso la rotta è chiusa e stanno sorgendo resort e alberghi

Ora Rafael Méndez gira per le strade di Capurganà a bordo di un tuk-tuk sgangherato. Neanche un anno fa su questo trabiccolo, trasportava i bagagli di decine di migranti che avevano bisogno di lui per essere accompagnati all'inizio del percorso del Tapòn del Darién, il "tappo" che trasforma la giungla tra Colombia a Panama in un inferno verde. Ai tempi delle carovane dei migranti guadagnava circa 700.000 pesos a persona, 180 dollari. Come lui, Don Elber usava i suoi cavalli per portare le donne a La Miel o El Paraíso, a due passi da Panama City. La locanda di Don Rafael Bello era sempre piena di famiglie che pagavano il doppio del normale per quattro mura lerce di una stanza e Don Carlos riempiva invece le barche a ogni viaggio.
L'arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha cambiato tutto. L'inasprimento delle richieste d'asilo, le restrizioni alle frontiere e la caccia ai migranti da parte dell'Immigration and Customs Enforcement (la famigerata Ice) hanno scoraggiato quasi il 99% dei migranti che arrivavano a centinaia di migliaia. Nel 2023, questa rotta mortale aveva visto il passaggio di oltre mezzo milione di migranti di 70 nazionalità diverse.
E molti di loro adesso tornano in Venezuela da dove sono partiti, nonostante tutto quello che sta succedendo. Freymar Figueroa, 30 anni, aspetta che il suo cellulare si carichi in un negozio di abbigliamento di Carpurganà mentre parla con un gruppo di giornalisti che hanno percorso a ritroso la via del Darién. Anche lei sta tornando in Venezuela dopo due anni negli Stati Uniti. "Non voglio più il sogno americano. Voglio solo abbracciare mia madre", dice tra le lacrime. Il suo periodo in Messico, racconta, è stato peggio che attraversare la giungla. "Mi hanno fatto di tutto", dice, con lo sguardo fisso sul mare oltre le teste di chi la intervista.
La regione ha però già imparato una parola magica: riconversione, con tutte le varianti possibili che il termine ha da quelle parti. Per Capurganá e Necoclí (dall'altra parte del Golfo di Urabá) il sentiero da seguire è quello di cambiare la percezione collettiva del Darién e sostituire le immagini di migliaia di persone terrorizzate, immerse nel fango fino alle ginocchia con i figli in spalla con quelle delle sue spiagge e montagne che da sole rappresentano il dieci percento della biodiversità globale. Insomma: i modelli migratori sono cambiati e gli imprenditori locali puntano a guadagnare la fiducia dei turisti.
Anche la giungla lussureggiante si è dimenticata dei migranti. Molti dei sentieri un tempo battuti con i machete sono ora ricoperti di infinite sfumature di verde. Solo i brandelli di coperte per neonati o qualche ciabatta di gomma sfondata ricordano che un tempo questo era il viaggio più pericoloso dell'America Latina. Acandí, nel Chocò colombiano, ha attirato 6.500 turisti al mese durante l'alta stagione del 2025 e ha mantenuto il tasso di occupazione alberghiera intorno all'85%. E quest'anno le previsioni puntano fino al raddoppio dei numeri.
Così qualcuno qui, a cavallo tra i due Paesi bollati come "nemici" da The Donald, la Colombia del presidente Petro e il Venezuela che fu di Maduro e ancor prima di Chàvez, ironizza perché loro la "Riviera di Gaza" la stanno già costruendo. Sul fango, gli alberi della giungla del Darién e le ciabatte di gomma abbandonate da un mucchio di disperati in cerca del “sueño americano”.
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