La guerra dei baby migranti venezuelani
Rapiti alle famiglie, rimasti incastrati in questo angolo nella regione colombiana del Catatumbo senza poter tornate a Caracas, vengono reclutati dai guerriglieri delle Eln che hanno ripreso la guerra con le Farc

Il Catatumbo è una delle tante "no man's land" del pianeta. Una terra di nessuno dove l'unica regola è di non averne, l'unica giustizia è non sperare di averne e l'unico avere è il nulla. E' il posto dove cadono più fulmini al mondo, incastrato tra la fine della Colombia e l'inizio del Venezuela. Lì il confine è solo sulle carte geografiche: tra il 2014 e il 2020 sono passati a migliaia ogni giorno, in fuga dal chavismo e dalla violenza.
Sfiorando il ponte che ironia della sorte porta il nome del Libertador, Simón Bolívar. E appena oltre sentivano più forte l'odore del sogno americano puntando su Panama. Ora anche la libertà è un'altra delle cose che nel Catatumbo non hanno senso. Sono impantanati lì in 215mila anche prima del blocco definitivo di Trump alla via del “Norte”. Una fetta dei 2.8 milioni di espatriati venezuelani che vivono bene in pochi e di stenti la maggior parte di loro: i poveri. Schiacciati tra una nuova guerra che proprio lì, a cavallo del fiume che dà il nome alla regione, e l’impossibile ritorno nel Venezuela che fu di Hugo Chávez, poi di Nicolás Maduro e ora di chissachi.
Nell’ultimo anno, la violenza ha toccato il punto più alto, la guerra mai finita tra le (sedicenti) milizie marxiste rivali: i dissidenti delle Farc, che hanno ripreso le armi l’accordo di pace con Bogotá, e l'Eln: entrambi combattono per la coca e null'altro. Impongono la loro legge ai contadini a nord di Tibù, la capitale mondiale della cocaina. E la notte entrano tra le baracche dei profughi venezuelani impiegati come braccianti per portar via l'unica anima preziosa che a queste famiglie è rimasta: i bambini. Ufficialmente i dissidenti delle Farc, dal 2016 ad oggi, ne hanno presi 135, il doppio le Eln. Ma di ufficiale da queste parti non c'è nulla. Come i numeri che vanno moltiplicati per dieci e ancora non basta a raccontare le proporzioni di questo popolo in ostaggio.
Dulce è fuggita da Tibú con la madre e i quattro fratelli più piccoli, tra gli spari, tutti scalzi e "camminando tra i morti". Perché a far schizzare queste cifre ci sono anche i social, TikTok o Facebook. I capi clan della guerriglia pescano nel mare di povertà, di nulla. Offrono ai ragazzini un lavoro di sorveglianza: stipendi da 450 dollari che là sono una grande cifra. Ma l'inganno dura poco e gli adolescenti si trovano dalla sera alla mattina in un campo di addestramento a sparare a sagome di paglia. Manovalanza criminale, come ovunque.
Dulce, migrata dallo Stato venezuelano di Miranda, allunga le braccia per mostrare ai volontari che li incontrano, le cicatrici lasciate dopo che lei e sua madre sono state legate e imbavagliate dai guerriglieri dell'Eln in una precedente incursione. La sua storia è l'icona di questi figli della guerra che non finirà mai. Racconta la sua esistenza ai ricercatori di “Laboratorio migrante” dell'Istituto Colombiano per il benessere familiare, pochi giorni dopo essere sopravvissute con i suoi fratelli, nascoste sotto un letto in mezzo a feroci combattimenti. Le loro parole diventeranno un rapporto agghiacciante che finirà per ammuffire come gli altri che lo hanno preceduto.
L'Onu condanna, il governo di Gustavo Petro promette, ma i ragazzini arruolati chissà dove saranno finiti nel frattempo. In questo mondo al contrario esiste però un filo rosso che li unisce ai loro coetanei in una no man's land trasversale: ai bambini soldato dell'Africa di Boko Haram, ai guerriglieri nel Myanmar e la lista si allunga. I maschi finiscono con l'immancabile Kalashnikov tra le mani, le piccole cucinano, curano i feriti e subiscono sevizie inimmaginabili.
Un evento dopo l'altro le torna nella mente di Dulce, anche qui la macabra ironia di un nome che di dolce ha solo l'accento tondo dello spagnolo. Vorrebbe raccontare tutto, ma ha paura. Una volontaria la convince, la rassicura. E Dulce allora inghiotte le lacrime e racconta di come i suoi fratellini Felipe e Juancho, 9 e 11 anni, siano stati strappati alla famiglia. Uomini incappucciati, ma tutti sapevano miliziani della Farc, hanno fatto irruzione nella piantagione di coca "Las Palmas", nel villaggio Campo Dos di Tibú, dove viveva e lavorava tutta la famiglia. Il padre come bracciante, raccogliendo le foglie di coca, e la madre come cuoca. "Abbiamo pianto, abbiamo urlato, li abbiamo implorati di non prenderli, ma me li hanno portati via. Erano uomini alti, non si vedevano i loro volti perché erano coperti, solo gli occhi".
Carolina, la madre 45enne, ha implorato il proprietario della fattoria, un uomo soprannominato "El Mono" (la scimmia), di prestare loro il denaro (a strozzo) richiesto dal gruppo armato per restituire i bambini. E dopo due giorni di angoscia, i bambini sono stati liberati. Non è, però, finita lì: quegli uomini hanno rapito Carlos, il padre dei bambini. Nessuno sa che fine ha fatto, ed è una delle migliaia di vittime di sparizioni forzate in Colombia. "Dopo averlo picchiato selvaggiamente, riuscì solo a benedire i bambini da lontano mentre lo portavano via". E questo è l'ultimo ricordo che Carolina ha di lui.
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