Brasile, indios ostaggi della politica “interessata”
La Corte Suprema conferma il “no” alle modifiche che avrebbero indebolito le leggi sulla restituzione ai popoli nativi delle terre ancestrali in Amazzonia, mentre le lobby di petrolio e legname continuano a spingere in Parlamento.

Non se ne dolga il vecchio Jean-Jacques Rousseau, ma alla Cop30 di Belém li hanno fatti sfilare perché una certa stampa anglosassone restaurasse il mito del Buon Selvaggio e tutta la retorica che ne concerne. Protestavano per chiedere di difendere l'Amazzonia, soffocata dai tagliatori di alberi e dalle trivelle delle multinazionali del petrolio. Invece li hanno fatti passare come un'appendice colorata di una conferenza dell'Onu tenuta nel cuore del loro problema: le terre ancestrali, quelle che dopo decenni di lotte e di ambientalisti assassinati erano riusciti ad ottenere per legge, per Costituzione ma soprattutto per diritto.
Loro, gli indios brasiliani, 900mila nativi che costituiscono lo 0,5 per cento della popolazione dell'immenso Paese dell'America Latina, stritolati nel braccio di ferro tra il presidente progressista Luiz Inácio Lula da Silva, privo di maggioranza parlamentare, e da un Congresso a dir poco conservatore, lo stesso che premeva per scagionale l'ex presidente Jair Bolsonaro dall'accusa di golpe e gli hanno appena ridotto la pena. Al centro della contesa i 114 milioni di ettari della Grande foresta madre, il 14 per cento dell'intero Paese, portato via ai nativi nei lunghi secoli di spoliazione. Una colonizzazione cominciata nel XVI e cresciuta esponenzialmente durante l’ultima dittatura militare che, tra il 1964 e il 1985, ha promosso la migrazione verso la regione e il suo sfruttamento massiccio.
Ma la notizia dov'è? La notizia sta nel fatto che i giudici della Corte Suprema hanno dato loro ragione di nuovo, poco prima di Natale, confermando l'incostituzionalità dei tentativi da parte della politica (che nonostante tutto in Amazzonia, come al Planalto a Brasilia, sono ancora una buona parte espressione del latifondo - che anche da quelle parti ora si chiama lobby - e delle multinazionali) di limitare i territori concessi dalla Costituzione del 1988, di annullare le riserve concesse. E soprattutto di non tracciare ancora materialmente i confini sanciti dalla legge fondamentale. Costituzione che da due anni a questa parte il Congreso Nacional de Brasil sta tentando di emendare, proprio a favore dei proprietari terrieri.
Chiaramente in gioco ci sono interessi miliardari, come denunciato alla Cop30 di Belém dai vescovi brasiliani. I gruppi indigeni avvertono che offrire più strumenti legali per contestare i propri diritti territoriali potrebbe aumentare la violenza contro le comunità. Lo scorso anno, 211 indigeni sono stati assassinati in Brasile, diversi dei quali in controversie territoriali, secondo il Consiglio Missionario per i Popoli Indigeni della Chiesa cattolica. Il giudice della Corte Suprema Gilmar Mendes, che ha supervisionato il caso, ha anche stabilito un nuovo termine di 10 anni per il governo federale per concludere le demarcazioni territoriali, un processo che si trascina da quasi quattro decenni. Basterà a fermare le ruspe? Non ci credono in molti.
Il popolo del Grande fiume di queste lotte sa ben poco, lotta già ogni giorno per fare i conti con gli incendi o la siccità che minacciano il loro mondo. Lontano anni luce da una guerra che è identica - anche se parla un'altra lingua ad altre latitudini - nella foresta pluviale del Congo, in Thailandia, nel Myanmar. Basteranno gli undici "ministros" della Corte a fermare un processo che sembra inesorabile e che riduce il polmone verde al ritmo di ottomila chilometri l'anno, tre campi da calcio al minuto nel solo Brasile?
E gli indios sopravviveranno alle minacce, agli assassinii e al finire alla berlina quando con le piume ancestrali in testa saliranno verso le vetrate del simbolo del modernismo brasiliano dell'architetto Niemeyer?
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