Se la Somalia non è neanche un Paese
di Fabio Carminati
In Somalia l’Onu è senza risorse per assistere 4 milioni di persone condannate a morte dalla siccità. L’America ha tagliato i fondi, ma continua a finanziare la lotta al terrorismo: un paradosso, ragionato

I rapporti tra Donald J. Trump e Mogadiscio non sono mai stati idilliaci. Dal primo mandato fino ad arrivare al recente summit di Davos dove ha sentenziato che “la Somalia non è neanche un Paese”. In generale la percezione che gli americani hanno della “no man’s land” (la terra di nessuno) per certi versi è ferma a Black Hawk Down e alla sanguinosa battaglia di Mogadiscio del 1993, seguita da una rovinosa ritirata. Da allora le priorità a stelle e strisce sono state altre, la lotta al terrorismo è, però, continuata anche recentemente con l’affiancamento armato al governo di Hassan Sheikh Mohamud, “eletto” nel 2022 da un Parlamento costretto a riunirsi all’estero.
La Somalia è da sempre il Paese dei paradossi e con questi Trump da tempo ha dimostrato di saperci fare. Così si scopre che nel 2025 gli attacchi anti-jihad del Centcom, il comando Usa nell’Africa orientale, sono stati ben 111, superando il numero complessivo di quelli ordinati da George W. Bush, Obama e Biden. Anche il 2026 è cominciato nel peggiore dei modi. Lo conferma la New America Foundation, che tiene il triste conteggio dei morti e delle azioni militari di questa guerra mai dichiarata e senza mai fine. Al 17 febbraio erano già 36 i raid registrati, portando il totale vicino alla soglia dei 500 dai tempi della Guerra al terrore post 11 settembre.
Perché tutto questo se “la Somalia non è neanche un Paese”? Perché quello che in apparenza sembra un paradosso, in realtà non lo è, come buona parte della politica estera del nuovo sceriffo di stanza alla Casa Bianca nel secondo (e forse ultimo) mandato. Quella che lo scorso anno è stata dichiarata la terza guerra più mortale dell’Africa, con 7.289 vittime dall’Africa Center for Strategic Studies, sta ormai trasformandosi nell’ennesimo capitolo delle guerre dimenticate, dei conflitti per proxy. In quello che papa Francesco aveva reso comprensibile a chiunque chiamandola “Guerra mondiale a pezzi”.
Il cui peso grava come un macigno sulle spalle di un intero popolo. Come tre anni fa, lo spettro della carestia e prima ancora della siccità incombono sull’Africa orientale con la Somalia come epicentro. Due stagioni delle piogge sono fallite, conflitto e insicurezza persistono e migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case in cerca di riparo, cibo e servizi di base. Tutto ciò ha spinto la risposta umanitaria in Somalia al limite. A peggiorare la situazione, a causa della grave mancanza di risorse dopo il blocco di Usaid e dei fondi destinati dagli Stati Uniti alle Nazioni Unite, l'assistenza alimentare e nutrizionale d'emergenza terminerà tra poche settimane. I numeri fanno rabbrividire: un quarto della popolazione – 4,4 milioni di persone – si trova ad affrontare un’insicurezza alimentare grave. Il cosiddetto “livello di crisi” in base alla scala internazionale. Tra questi, quasi un milione di donne, uomini e bambini soffrono la fame in forma grave. Due milioni di bimbi hanno sintomi di malnutrizione acuta. A oltre 400.000 di questi è stata diagnosticata la forma “acuta grave”, il grado estremo. Quasi mezzo milione di persone sono state sfollate negli ultimi cinque mesi.
Eppure, davanti a tutto questo l’impegno maggiore resta concentrato nella lotta (decennale) ai miliziani di al-Shabaab e alla progressiva concentrazione di jihadisti dell’Isis senza precedenti nella regione, al punto che per gli analisti il territorio somalo e quello dell’autoproclamato Puntland indipendente sono diventati il vero snodo logistico del terrorismo globale.
Ma le ragioni del martellamento militare sono anche geopolitiche. Al-Shabaab da tempo ha stretto forti legami con gli Houthi filo-iraniani sull’altra sponda dello Stretto di Bab el-Mandeb, ad Aden, l’imbuto meridionale del Mar Rosso dal quale transita il 12 per cento del petrolio. Un controllo affidato (sulla sponda somala e su quella yemenita) a milizie vicine a Teheran diventa inequivocabilmente un problema. La cui risoluzione è affidata alle armi e alla politica del più forte.
Un altro elemento che riporta invece ai “paradossi” trumpiani è la questione del Somaliland, ultima area “ribelle” che è pronta a troncare totalmente ogni rapporto con Mogadiscio, con il beneplacito di Israele (primo Paese all’Onu a riconoscergli lo status di nazione lo scorso dicembre), e l’appoggio di Trump. Perché le dinamiche regionali sono sempre più influenzate dagli interessi di potenze emergenti, in particolare Emirati Arabi, Qatar, Arabia Saudita e soprattutto la Turchia, già grande e ingombrante presenza a Mogadiscio e in cerca di espansione ulteriore. E se le motivazioni “ufficiali” dell’Amministrazione Trump sono combattere il terrorismo, quelle più recondite riguardano il non abdicare totalmente al controllo in aree che, a parte la Cina e la Russia, sono diventate strategiche e interessanti per molti altri attori. Soprattutto Erdogan, attratto come tutti dall’immancabile scopo finale di parecchi conflitti contemporanei: il petrolio.
Dopo la recente scoperta di giacimenti offshore, qualche settimana fa un'unità di perforazione di proprietà della Turkish Petroleum è salpata per la Somalia per un’esplorazione al largo delle coste. Operazione che sarà protetta da tre navi militari. I primi studi dimostrano potenziali “enormi” di sfruttamento. Oltre al petrolio ci sono riserve di gas a cui non solo la Turchia, con cui è già stato siglato l’accordo, ma altri Stati, europei inclusi, sono interessati.
Il ribelle Puntland appare invece “adatto” anche come Paese “terzo e sicuro” dove deportare immigrati o prigionieri palestinesi come invocato dalle forze ultrà del governo di Benjamin Netanyahu. E un ultimo “paradosso”, quale estrema contraddizione, può servire di contro a comprendere il rapporto contorto ma ben chiaro fra l’Amministrazione Trump e i somali: da un lato vuole liberare il loro Paese dal terrorismo, dall’altro nega protezione legale a quei cittadini che cercano la salvezza. Ad annunciarlo è stato a gennaio il dipartimento per la Sicurezza interna di Washington: a partire dal 17 marzo 2026, “i cittadini somali (e gli stranieri apolidi che hanno risieduto abitualmente in Somalia) a cui è stato concesso lo status di protezione temporanea non godranno più di tale status”.
Intanto, il voto di Midterm si avvicina. E forse in quella prospettiva sarà più facile insistere con l’elettore “standard” dei Maga sull’importanza strategica della Groenlandia, piuttosto che su un Paese dove su un elicottero da sei milioni di dollari è stato abbattuto da un “non esercito” di straccioni in una “non nazione” della costa orientale africana.
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